ROMA. Lo chiamano “cimitero dei giubbotti di salvataggio” ed è una lunga distesa di salvagenti, brandelli di canotti e ogni altro genere di oggetti a cui i profughi si aggrappano in mare. “Lifejacket” salvifici che, nel momento in cui si è sospesi tra la vita e la morte, trascinano il corpo verso la terraferma. Quando le persone riescono a sbarcare sane e salve, i giubbotti vengono abbandonati e accumulati sulla spiaggia di Molyvos, proprio davanti al mare da cui arrivano tutti i profughi, a ricordare ai turisti e ai 90mila residenti che la vita è sbarcata qui pagando un prezzo davvero troppo alto.

Lesbos – la terza maggiore isola greca per superficie e l’ottava del Mediterraneo, fino a pochi anni fa abituata a vivere di pesca, pastorizia e turismo – non è infatti solo una splendida meta di vacanze per persone da tutto il mondo, ma anche punto di approdo di migliaia di profughi provenienti dalla Siria, Afghanistan, Cameroun e Congo. Sulle sue spiagge sbarcano una media di 800-900 persone al mese, in gran parte afgani ma anche molte provenienti dall’Iraq e dai paesi dell’Africa subsahariana.

In attesa di raggiungere la vicinissima Europa – ormai sempre più inaccessibile – queste persone restano nell’isola a lungo, in condizioni di vita molto dure, nel campo profughi formale, quello di Mòria, che può ospitare circa 3100 migranti, oppure nell’altro, informale, esattamente accanto, dove ce ne sono più di 4000. Circa un terzo sono bambini o adolescenti.

A sostenere queste persone, tra centinaia di volontari, ci sono anche circa 35 persone della comunità di Sant’Egidio, i primi di un gruppo ben più consistente che si alternerà fino alla fine del mese di agosto: loro l’idea di aprire “il ristorante dell’amicizia” che tutte le sere, dal lunedì al venerdì, offre circa 200 pasti nel campo di Mòria con cene a base di riso, carne e verdure. “Mòria – si legge sul sito della comunità religiosa – è un punto di accoglienza e di identificazione che avrebbe dovuto rappresentare una porta verso una nuova vita: i migranti dovrebbero essere identificati in 48, massimo 72 ore e poi essere alloggiati in centri di accoglienza. In realtà restano a Mòria per moltissimo tempo, alcuni addirittura per due anni”.


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