KABUL (AsiaNews) – “I miei compagni stanno bene. Ora sono con me”: lo ha riferito ad AsiaNews Bacha Khan Muladad, portavoce del gruppo pacifista afghano “People’s Peace Movement” (Ppm). Fa sapere che i suoi compagni, rapiti nei giorni scorsi dai talebani, sono stati liberati. Il gruppo, circa 25 persone, stava marciando nei territori sotto controllo del gruppo fondamentalista per portare un messaggio di pace. Il portavoce dichiara sollevato: “I miei amici sono tornati”. Assieme a un cane e a un bambino, il 30 maggio la carovana si era messa in cammino da Lashkar Gah, capoluogo della provincia meridionale di Helmand, verso la roccaforte dei talebani a Musa Qala. Il gruppo doveva percorrere un sentiero montuoso di 150 km, sfidando le alte temperature che in questo periodo superano i 40 gradi e la fatica acuita dal digiuno per il Ramadan. 

“Gridiamo che il nostro popolo vuole la pace”. Il sequestro è avvenuto il 3 giugno scorso nell’area di Nawzadrod, a pochi chilometri dalla meta. Gli attivisti si erano fermati in quella zona perché il giorno precedente i talebani avevano preso in ostaggio quattro di loro. Muladad spiega che i compagni non volevano “abbandonare gli amici e non [avrebbero] ripreso la marcia senza di loro”. Alla fine, tutto il gruppo era caduto nelle mani dei sequestratori. L’attivista ha spiegato i motivi dell’iniziativa: “Vogliamo gridare a voce alta ‘pace’. Il mondo deve sapere che il popolo dell’Afghanistan vuole la pace, non la guerra. Vogliamo vivere in un buon Paese, che sia uguale a tanti altri dove si vive in maniera felice. Vogliamo che i nostri figli ricevano una buona educazione. Speriamo che torni la pace e ci stiamo impegnando per questo”.

Vivere in uno dei Paesi più pericolosi al mondo. Il “People’s Peace Movement” è nato nel marzo 2018 dopo un attentato che aveva provocato la morte di 16 persone a Lashkar Gah. In poco più di un anno ha percorso 1.700 chilometri in tutto il Paese. L’Afghanistan è uno dei Paesi più pericolosi al mondo, oppresso da un feroce dominio talebano (1996-2001) e da 18 anni di guerra. Le Nazioni Unite riportano che lo scorso anno sono morti circa 4mila civili, di cui 900 bambini, e altri 7mila sono rimasti feriti. Secondo l’Unicef, sempre nel 2018 sono triplicati gli attacchi contro le scuole. Come conseguenza, almeno 3,7 milioni di minori tra i 7 e i 17 anni (cioè la metà del numero totale dei ragazzi in età scolare) non frequenta le lezioni: si tratta di un’intera generazione che rischia l’analfabetismo.


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