ROMA – Gestiscono un traffico internazionale di armi e droga, contrabbandano petrolio e medicinali contraffatti, sono dei maestri nelle truffe online. Ma per le organizzazioni criminali africane il business del futuro è soprattutto la tratta di esseri umani. Donne e uomini disperati che fuggono dai conflitti, dalla crisi economica, e anche dal riscaldamento globale che inaridisce le terre riducendo i raccolti. Una miseria su cui far leva per accrescere la propria forza lavoro, come documenta un report redatto dal Centro studi internazionali e Intellegit, startup dell’università di Trento, grazie al sostegno finanziario del Ministero degli affari esteri e della Cooperazione internazionale.

Un problema sottostimato. “Negli ultimi anni tutta l’attenzione si è concentrata soprattutto sul terrorismo e, in particolar modo, sul jihadismo. Così la criminalità organizzata in Africa è stata sottostimata”, spiega a Repubblica Marco Di Liddo, analista del Centro studi internazionali, e uno degli autori della ricerca. Riflettori bassi che hanno fatto la fortuna dei gruppi criminali. Gli hanno consentito di crescere e rafforzarsi, fino a diventare un “fenomeno territoriale ascendente, molto più vasto del terrorismo e in grado di muovere maggiori capitali nonché di accedere a molti più mercati illeciti”. Alcune confraternite, questo il nome con cui sono conosciute le mafie africane, riescono ad avere un giro di affari superiore a quello di intere regioni degli Stati del continente. La loro portata è globale e va ad abbracciare l’Africa, l’America, e l’Europa. Mentre le attività sono molteplici: si va dallo spaccio di droga alla vendita di prodotti contraffatti.

Dal trasporto allo sfruttamento di esseri umani. Ma è appunto il traffico di umani il mercato del presente e del futuro perché la richiesta di trasporto dall’Africa all’Europa è cresciuta e ci si aspetta che aumenterà ancora nei prossimi anni per via di fattori demografici ed economici. Chi non riuscirà a muoversi legalmente, andrà a ingrossare il portafoglio dei trafficanti. In Africa come in Italia sono i più deboli a cadere nella rete. “A stupirci è il fatto che la criminalità organizzata africana curi ogni aspetto della tratta — prosegue Di Liddo —. Dal reclutamento dei potenziali migranti allo sfruttamento per lo spaccio o la prostituzione, passando per il trasporto”. La traversata comincia via terra: ci si muove dai luoghi di origine alle coste nord-africane, passando attraverso i paesi della fascia del Sahel. Qui sono i dintorni della città di Agadez a fare da punto di snodo.

Il “cartello” dei trafficanti. I trafficanti, riuniti in un cartello chiamato Bureau des passeurs (ufficio dei contrabbandieri), dispongono di intere flotte di pick-up e fuoristrada. Ma soprattutto di burocrazie informali per la gestione dei trasporti, di alberghi dove accogliere temporaneamente le persone, e persino di uffici di collocamento per offrire lavori utili a pagare il prezzo dei viaggi della speranza. Un biglietto per Ubari o Sebha, in Libia, costa circa 250 dollari. Il secondo passaggio avviene via mare, con il Mediterraneo che diventa un ponte verso le coste meridionali europee. Chi sopravvive, una volta giunto a destinazione, affronta un nuovo inferno. Sempre in balìa della criminalità organizzata.

Le alleanze con la Camorra, la ‘ndrangheta e i colletti bianchi. Tutto ciò non sarebbe possibile se i criminali non si fossero dotati di strutture flessibili ma fortemente gerarchiche. Il termine mafia viene usato se l’organizzazione è ben strutturata, ci sono delle precise funzioni e un rito di iniziazione simbolico. Quando, invece, è più fluida si parla di crimine organizzato e in patria può spesso contare sui rapporti con individui all’interno di apparati politici e militari. Un altro punto di forza è l’alleanza con le organizzazioni criminali dei luoghi in cui arrivano i migranti, in Italia soprattutto con la camorra e la ‘ndrangheta. Alleanze che, sottolinea Di Liddo, “rendono più complicate le azioni di contrasto”.


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