NIAMEY (Niger) – Un intrico malefico di leggi, ordinamenti e prassi commerciali formano il sistema di tariffe doganali che – di fatto – impongono a quasi tutti i Paesi africani una dipendenza paralizzante dalle economie europea e cinese. Una frammentazione che ha bloccato gli scambi fra Paesi africani riducendoli al 17%, rispetto al volume intra-asiatico e intra-europeo, rispettivamente del 60% e del 70%. Dunque, un’immobilità indotta da sudditanze neocoloniali, da leadership locali corrotte, all’origine di un sottosviluppo cronico e diffuso, a sua volta causa dei flussi migratori verso l’Europa, che ci si illude di poter fermare bloccando i porti di approdo. Insomma, se lungo le corsie dei supermercati di Ouagadougu, di Bamako, Bujumbura o Maputo, le penne biro sono francesi, le tavolette di cioccolata solo svizzere, e comunque tutto deve essere importato, dai prodotti derivanti la lavorazione del petrolio, alle macchine agricole, dai prodotti della siderurgia, ai motori, ai generatori, alle apparecchiature elettriche, il potenziale economico africano non potrà che continuare ad essere mortificato.

Una giornata storica. La giornata di oggi, 7 luglio, qui a Niamey è destinata dunque ad essere annoverata fra quelle storiche , dopo due anni di negoziati, con l’avvio del vertice straordinario dell’Unione Africana (UA) al termine del quale si spera di poter fissare un sacrosanto accordo di libero scambio (sotto l’acronimo AfCFTA) che ha avuto finora il consenso di 54 dei 55 Paesi del continente, proprio per raggiungere l’obiettivo di un’Africa senza più pedaggi commerciali imposti sulle merci e soprattutto con l’idea di cambiare definitivamente le regole del gioco con le ex colonie e con l’inarrestabile intraprendenza commerciale cinese. Un voltar pagina per dare ossigeno allo sviluppo economico locale, fluidificare il commercio e creare posti di lavoro. Anche se, nel frattempo, sullo sfondo di questo summit tanto attesto, si avvertono le voci degli attivisti, anche questi provenienti da diversi Paesi africani, secondo i quali la vera urgenza sono i diritti e la democrazia.

Il grand hotel costruito dai turchi. La torre dell’hotel Radisson Blu, costruito in tempo record dalla società turca Summa, svetta sopra il vecchio ospedale nazionale, non lontano dalle rive del fiume Niger e dal Palazzo dei Congressi, messo a nuovo con fondi indiani. Giardinieri e squadre di pulizia lavorano notte e giorno per ripulire tutto il centro città e la strada per l’aeroporto, appena inaugurato. L’arrivo di decine di ministri ha anticipato quello dei capi di stato, nel pomeriggio di sabato 6 luglio. Carri armati e pickup militari presidiano la zona, mentre poliziotti francesi con cani anti-esplosivo percorrono le sale conferenza.

L’UA atterra in Niger. “Niamey si è rifatta il trucco per voi”, dice Kalla Ankouraou, il ministro degli esteri nigerino, in apertura della 35a seduta del Consiglio Esecutivo, il ‘governo’ dei 54 paesi dell’Unione Africana. Ad aprire i cinque giorni di summit è la riunione dei ministri degli esteri del continente, alle prese con riforme istituzionali e proposte di budget. Ma la ‘star’ della settimana è – appunto – l’Area di libero scambio continentale africana. Un “passo storico” verso l’integrazione africana, secondo il presidente della Commissione dell’UA, Moussa Faki Mahamat.

La parola alla società civile. Se l’AfCFTA, che è entrata in vigore a fine maggio ed inaugura oggi la sua fase operativa, liberalizzerà il commercio intra-africano, creando un’unione doganale su gran parte dei prodotti africani, senza imporre barriere commerciali esterne, per decine di attivisti africani, la circolazione di diritti e libertà democratiche si stanno restringendo pericolosamente. “Il lancio dell’accordo di libero scambio è un grande favore alla comunità internazionale, a cui si chiede in cambio di chiudere gli occhi su violazioni dei diritti umani in Africa”, spiega Laurent Duarte, il coordinatore di Tournons la page – ‘Giriamo la pagina’ in francese – la campagna che ha promosso il mini-summit della società civile.

Girare pagina. Nata dall’incontro tra società civile e Ong internazionali come ActionAid e Terres des Hommes, come campagna per l’alternanza elettorale nell’Africa francofona, Tournons la page raduna oggi quasi 250 organizzazioni, dai sindacati a movimenti ambientalisti e per i diritti sociali. L’obiettivo è “unire le forze per cambiare i sistema di governance in Africa, partendo da elezioni trasparenti, e difendere i nostri membri, che sono in prima linea in queste battaglie, insieme a organizzazioni come Amnesty International e Frontline Defenders”, prosegue Duarte.

Dall’alternanza in Guinea… Fra di loro c’è Oumar Sylla, anima del Front National pour la Défense de la Constitution, che si batte contro un terzo mandato al potere di Alpha Condé, presidente ottuagenario della Guinea Conakry. “Nel 2009 siamo scesi in strada contro i militari, ora torniamo a farlo perché il presidente, arrivato al potere allora, si ritiri dalla scena, in rispetto della costituzione”, spiega Sylla, che i compagni di battaglia chiamano ‘Foniké Mengué’, il giovane presidente in lingua susu. “Oggi il governo dice che bisogna cambiare la costituzione tramite un referendum, ma è solo una strategia per far ricandidare Condé e i cittadini non ci cascheranno”, continua.

… alla fuga dal Burundi. Se il ‘giovane presidente’ guineano riceve continue minacce ma sente “il sostegno della gioventù guineana”, Arakaza Arsene ha dovuto rifugiarsi in Uganda per sfuggire alla repressione del regime di Pierre Nkurunziza, che dal 2015 ha obbligato centinaia di migliaia di burundesi ad abbandonare il piccolo paese centrafricano. Proprio la lotta contro un terzo mandato di Nkurunziza lo ha messo sotto l’occhio dei servizi d’informazione del presidente, costringendolo a partire. Anche dall’esilio però, Arsene continua a mobilitarsi, “per i nostri fratelli che sono rimasti a casa, per denunciare i crimini di un regime che ha represso ogni libertà e perché opporsi all’ingiustizia è un obbligo per ognuno di noi”.

Passando per il Ciad. A Kampala, Arsene ha appena fondato “La plume du réfugié” (La piuma del rifugiato, in francese), giornale per e sui rifugiati burundesi sparsi nella regione dei Grandi Laghi. Da N’djamena, capitale del Ciad, Saham Jacques Bemadjibaye Ngarassal ha portato invece l’esperienza delle lotte anticorruzione, in un paese in cui, dice “il potere della famiglia del presidente ha confiscato tutte le risorse, cancellando i confini tra pubblico e privato e adottando leggi liberticide, in vista delle elezioni del 2021”. Le stesse leggi antiterrorismo, promulgate nel paese dopo i primi attacchi del gruppo jihadista Boko Haram nel 2015, “sono usate per reprimere gli avversari di Idriss Déby, al potere dal 1990”, spiega Ngarassal.

Libertà di impresa o di partecipazione? “Siamo una grande famiglia e appena uno dei membri di Tournons la page subisce una minaccia, o viene arrestato, facciamo di tutto per sostenerlo e amplificarne la voce”, dice Laurent Duarte in chiusura dei cinque giorni di assemblea. A far da contrappunto al lancio dell’Area di libero scambio africana, la dichiarazione finale della piattaforma sottolinea come “senza libertà civili e politiche non ci può essere libertà economica, così come non si può contrastare la povertà senza la partecipazione dei cittadini”. Un messaggio, dice Duarte, che “stiamo lanciando anche a livello europeo, perché in nome di sicurezza e immigrazione, si chiudono gli occhi sulle violazioni dei diritti dei partner africani dell’Ue”.
 


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