VERONA – La notizia arriva da uno studio pubblicato all’inizio di aprile sulla rivista Nature che analizza il periodo 2000-2015. Ne risulta che 53 milioni di persone (che potrebbero essere anche 57 per una stima approssimativa, informano gli analisti) vivono nelle baraccopoli, ovvero in aree prive di acqua potabile, servizi igienici, sanitari e scuole. Si tratta del 47-50% della popolazione urbana analizzata nello studio che ha preso in esame 31 paesi.

Malaria e colera, i rischi più diffusi. Vivere in uno slum significa vivere tra lamiere, rifiuti e odori nauseabondi, in un ambiente che, non solo incide sulla salute fisica, ma che è portatore di degrado sociale e dove la criminalità può svilupparsi e crescere senza controllo. Dal punto di vista sanitario basta fare un esempio: secondo gli esperti delle Nazioni Unite il 90% dei casi di malaria si verificano in situazioni come quelle delle baraccopoli. Per non parlare della facilità con cui possono svilupparsi le epidemie di colera. Lo studio diffuso da Nature è partito proprio dall’esigenza delle Nazioni Unite di verificare la condizione abitativa del continente sub-sahariano, uno degli Obiettivi dell‘Agenda 2030, che mettono il diritto a una casa che rispetti determinati standard, tra i parametri essenziali per la crescita e il miglioramento complessivo della qualità della vita. Ne risulta che il miglioramento c’è stato: dall’11 al 23%.

Si accentuano le disuguaglianze socialinature
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Il problema però rimane, perché, se da un lato le condizioni abitative rispettano criteri soddisfacenti, aumenta dall’altro il divario tra una classe medio-alta che può accedere a servizi dai costi più elevati e una categoria sempre crescente di persone che lascia villaggi rurali e condizioni di vita più tradizionali, per trasferirsi nelle aree urbane. Ma le città spesso risultano inadeguate all’accoglienza, sia per l’incapacità di soddisfare la richiesta di lavoro, sia per il numero esiguo delle cosiddette “affordable houses”, quelle che da noi si definiscono case popolari. Persone o una famiglie, si trovano quindi ad affollare gli slum, luoghi da dove è assai difficile pensare a un futuro migliore. Ci si ritrova in città, in metropoli che crescono a vista d’occhio, ma si vive ai margini. In un inferno da cui si osserva una vita migliore che è a portata di sguardo, ma difficilmente raggiungibile in pratica.

In un paio d’anni negli slum vivranno 10 milioni africani. Si calcola che fino a 100 milioni di persone potrebbero vivere in slum nel giro di un paio d’anni. E la situazione è destinata a peggiorare se non ci saranno interventi seri e strutturali per affrontare il problema. Nel frattempo, la popolazione africana sta continuando a crescere e – secondo le stime – triplicherà nei prossimi 50 anni. Dove vivranno? Nasceranno nuove baraccopoli o le politiche dei governi saranno in grado di gestire quella che si presenta come la grande sfida del futuro africano?

La maggiore crescita economica. L’Africa sub-sahariana è tra le aree al mondo dove si registra la maggiore crescita urbana. Nel 2018 le città africane contavano una popolazione pari a 472 milioni di persone, destinate a raddoppiare nei prossimi 25 anni. Si calcola anche che nei prossimi tre anni in Africa la popolazione urbana supererà per la prima volta quella rurale. Crescita sostenibile e lotta alla povertà non possono che rappresentare un binomio, non solo nelle macro-politiche, ma nei piani a breve e medio termine. Perché il tempo è un fattore cruciale. Tanta gente oppressa e marginalizzata negli slum è anche un potenziale di scontro sociale troppo serio per non essere preso in considerazione. Un potenziale esplosivo in grado di dissolvere – o almeno intaccare – i risultati di crescita raggiunti fino a quel momento da un paese. E di minacciarne la sicurezza.

* Antonella Sinopoli scrive per Nigrizia

 


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