Si apre tra divisioni e conflitti tra interessi e realtà economiche diverse, nella città polacca di Katowice, la conferenza internazionale COP24 sull’ambiente e soprattutto sulla lotta alle emissioni causate da combustibili fossili e causa a loro volta del cambiamento del clima.

Tutte le delegazioni governative, a cominciare dalla Polonia ospitante con la sua maggioranza sovranista, dichiarano che urge agire e che il mondo ha appena dieci anni di tempo per salvarsi. Ma dietro l’unità di facciata si svolgono almeno due confronti diversi a livello politico.

Da un lato in Europa i paesi più dipendenti dal carbone – in primo luogo la stessa Polonia, che pure ha appena lanciato un piano di riconversione, e la Slovacchia che ieri ha arrestato 12 attivisti di Greenpeace occupanti una miniera di lignite minacciandoli di condanne a 5 anni, ma poi anche il Bundesland tedesco del Nordreno-Westfalia – chiedono piú flessibilità e tempo per chiudere le miniere. Dall’altro i paesi più poveri o meno ricchi, molto minacciati dalle emissioni come Honduras e Indonesia, esigono aiuti economici perché da soli non hanno i mezzi per passare dai combustibili fossili alle energie rinnovabili.

“Siamo qui per concordare tutti insieme come consentire al mondo di agire sul cambiamento climatico, tutti i paesi devono dimostrare creatività e flessibilità”, ha detto, aprendo i lavori, il viceministro dell’ambiente, Michal Kurtyka, aggiungendo: “Il segretario generale delle Nazioni Unite conta su di noi, non c’è un Piano B”. La posizione polacca è chiedere che la conferenza produca una dichiarazione la quale garantisca una “giusta transizione” dalla dipendenza dai combustibili fossili a sistemi energetici basati su fonti pulite e rinnovabili. È proprio sul concetto di giusta transizione che facilmente ci si divide.

Al via Cop24, la Westfalia fa asse con Visegrad per rinviare lo stop al carbone

               
“È troppo presto per fissare una data per lo stop al carbone”, ha sottolineato il governatore del Nordreno-Westfalia Armin Laschet, chiedendo una decisione all’unanimità e la quale tenga conto di ogni realtà particolare. Secondo lui per evitare rischi di crisi di fornitura di energia elettrica la chiusura delle miniere dovrebbe essere riesaminata nel 2030.

È una posizione che piace soprattutto, nell’Unione europea, a due tra i quattro paesi del Gruppo di Viségrad (Polonia Cechia Ungheria Slovacchia). Cioè appunto a Polonia e Slovacchia per i quali nella loro realtà economica concreta il carbone e nel caso slovacco anche l’inquinantissima lignite sono insostituibili.
 
Varsavia ha appena lanciato un ambizioso piano a lungo termine per ridurre la dipendenza della sua economia – in solido boom, la sesta nell’Unione europea per prodotto interno lordo e in veloce crescita come tutte quelle di Viségrad  – dal carbone, dall’attuale 80 per cento del totale al 30 per cento entro il 2030. La Polonia vuole compensare il taglio dell’estrazione di carbone non solo con grandi campi eolici ma anche dotandosi di centrali nucleari. La Slovacchia è già in gran parte dipendente dalle centrali nucleari, ma la sua dura reazione alla pacifica protesta di Greenpeace contro l’impianto della lignite sembra indicare poca disposizione a compromessi.

Al via Cop24, la Westfalia fa asse con Visegrad per rinviare lo stop al carbone

In Europa i paesi piú avanti sulla via dell’addio ai combustibili fossili solo quelli scandinavi. La Danimarca è il principale produttore ed esportatore mondiale di pale eoliche. La Svezia, di gran lunga prima potenza industriale del Grande Nord (il 50 per cento del prodotto interno lordo le viene dall’esportazione di manufatti industriali ad alto contenuto tecnologico) e la Norvegia hanno introdotto drastici piani per l’addio ai combustibili inquinanti entro il 2025-2030.

Già oggi la Norvegia sta riconvertendo alla propulsione con scarti di pesce la sua flotta di navi passeggeri ed entrambi i paesi vogliono solo veicoli senza emissioni dal 2030. Entrambi usano energia pulita per mezzi pubblici incluse le ferrovie, e in Norvegia si studiano aerei a propulsione elettrica per i voli interni.

Quanto ai paesi più poveri occorrono fondi internazionali. La Banca mondiale ha promesso finanziamenti per 200 miliardi di dollari da fornire tra il 2021 e il 2025.

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Mario Calabresi
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