LAMEZIA TERME – Dieci anni di aste giudiziarie addomesticate, trenta truccate solo nell’ultimo anno, funzionari di tribunale complici e custodi giudiziari conniventi. Era un vero e proprio sistema quello messo in piedi da Raffaele Calidonna per dribblare su commissione procedure fallimentari e agevolare debitori esecutati. Lo ha scoperto la procura di Lamezia Terme, guidata dal procuratore Salvatore Curcio, che insieme al pm Giulia Maria Scavello ha coordinato l’inchiesta che si è abbattuta come una bufera sul distretto.

Ai domiciliari sono finiti 11 fra avvocati, commercialisti e funzionari giudiziari, la maggior parte dei quali anche interdetti dalla professione, più la figlia di Calidonna, considerata la testa di legno dell’imprenditore, finito in carcere per ordine del gip di Lamezia. A vario titolo sono tutti accusati reati contro la pubblica amministrazione, tra i quali turbata libertà degli incanti, rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio, abuso d’ufficio, falsità idelogica commessa dal pubblico ufficiale, induzione indebita a dare o promettere utilità, e contro il patrimonio, tra i quali autoriciclaggio ed estorsione. Fra gli indagati ci sono nomi noti dei fori calabresi, custodi giudiziari accreditati, commercialisti di grido. Per la procura tutti quanti erano coinvolti nel sistema che Raffaele Calidonna aveva messo in piedi e abilmente nascosto dietro una comune agenzia d’affari e servizi, creata solo per dare una parvenza di legittimità a tutte le operazioni.

Formalmente era intestata alla figlia Sara, ma in realtà – sostengono i magistrati – era lui a tirare le fila. Tramite custodi amici e ufficiali giudiziari compiacenti, sarebbe stato lui ad occuparsi di ottenere ribassi o preziose informazioni riservate relative alle aste giudiziarie dei suoi clienti, risultati il più delle volte debitori esecutati delle procedure. Quando le notizie non risultavano utili per il raggiungimento dello scopo, Calidonna usava un altro metodo. Individuava gli eventuali compratori interessati, li avvicinava e millantando amicizie nei clan locali, li intimidiva, obbligandoli a rinunciare all’affare. Nella maggior parte dei casi invece, all’asta arrivava preparato e certo che nessuno dei suoi clienti – spesso debitori esecutati che così puntavano a salvaguardare il proprio patrimonio – sarebbe rimasto deluso, grazie a preventivi accordi con curatori, custodi e professionisti delegati alla vendita.

Un sistema che a molti degli indagati ha fruttato guadagni a sei zeri. Dal 2006 ad oggi, Calidonna e i suoi prestanome hanno acquistato all’incanto 20 unità immobiliari per 1 milione di euro, rivendendole successivamente per 1 milione e 270 mila euro. E fra loro c’è chi, pur dichiarandosi quasi nullatenente, ha accumulato un patrimonio del valore stimato di 4,5 milioni di euro.
 


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