BERGAMO – Comunque vada sarà un successo. Perché non è azzardato dire che questa è l’Atalanta più forte di sempre. Non parlano tanto i risultati, visto che il quarto posto (che ancora non valeva la Champions) era già arrivato due stagioni fa e che una Coppa Italia è già in bacheca, anche se risale al 1962-63. E oltretutto sia il piazzamento ai piedi del podio che la Coppa nazionale vanno ancora conquistati definitivamente. Parlano i fatti, il gioco, la società, l’ambiente. Parla una squadra che – uno dei paradossi del calcio che non a caso Gianni Brera definiva “mistero senza fine bello” – adesso gioca nettamente meno bene di un mese o due fa, corre anche meno perché la fatica nelle gambe inizia a farsi sentire, in una stagione iniziata a luglio, epperò continua a vincere, quasi di inerzia. Non più col gioco di prima, ma di strappi e invenzioni dei suoi campioni, di quella che un vecchio slogan pubblicitario definiva “la forza dei nervi distesi”.

Corsa Champions, Atalanta lanciatissima

Insomma, l’Atalanta quando trova una difficoltà, come un avversario che si chiude bene, contrasta e riparte tipo Fiorentina e Udinese, le ultime due, non raddoppia gli sforzi, non si affanna, col rischio di perdere lucidità: resiste nei momenti difficili, soprattutto i primi 15-20′ (problema da risolvere, questo), si mette di buzzo buono, prova e riprova, cerca soluzioni di gioco diverse e alla fine ce la fa. Magari serve un rigore, ma se ci sono è giusto darli e poi i rigori vanno anche segnati, e alla fine riesce. Ed è proprio il fatto che l’Atalanta vinca anche rallentando che ne fa al momento la netta favorita per l’ultimo posto Champions: il Milan ormai si è perso, Roma e Lazio giocano alle montagne russe, il Torino è lanciatissimo ma è tre punti dietro. I bergamaschi, giochino bene o meno bene, alla fine vincono. Con qualche partita in più delle quattro che mancano anche il terzo posto dell’Inter sarebbe a rischio. Il merito di tutto questo? Neanche a dirlo, Gian Piero Gasperini, che sta costruendo l’ennesimo capolavoro dopo averne fatti a Genova e proprio Bergamo. Anche lui uno che pazienta, spesso – non sempre – le sue squadre iniziano i campionati lentamente perché il sarto deve misurare bene la stoffa che ha a disposizione, capire bene dove tagliare e dove cucire. Ma quando poi agisce, tutto gli riesce.

Da mezzi sconosciuti a pezzi pregiati, merito di Gasperini

La fase di studio è necessaria ed è paradossalmente un boomerang della bravura di Gasp, così bravo a valorizzare i giocatori che ogni anno la società ne vende qualcuno. E se è sopravvissuto a Preziosi, che ogni anno, chiunque sia l’allenatore, smantella mezza squadra, a maggior ragione resiste coi Percassi che si limitano a venderne 2-3. Solo negli ultimi anni se ne sono andati Gagliardini, Cristante, Caldara, Conti, Kessie (e pochi hanno fatto bene nel nuovo club, il che in fondo sottolinea ancori di più i meriti del tecnico), a fine anno si vedrà ma probabile che toccherà a Mancini, Castagne, forse Hateboer. Tutti erano, prima di passare sotto Gasp, dei giovani sconosciuti o dei grandi boh, dei potenziali talenti forse, ma che non riuscivano a rendere come avrebbero potuto, dovuto e voluto. Il trattamento Gasperini, che poi è corsa, motivazioni, schemi, li ha trasformati (il prossimo sconosciuto da rendere grande potrebbe essere Piccoli, classe 2001, che ieri ha fatto metà partita con l’Udinese). Per tacere naturalmente di Zapata, Ilicic, Gomez, che hanno trovato maggior costanza e sostanza, e di grandi giocatori che erroneamente vengono sottovalutati anche adesso, uno su tutti De Roon, regista moderno, essenziale, splendido, capace anche di fare il difensore quando serve, e che non a caso quando se n’è andato via dall’Atalanta ha subito capito l’errore e ci è voluto tornare appena possibile.

Gasperini può partire senza Champions

Per questo qui tutti possono essere ceduti, ma non l’allenatore. E invece si infittiscono le voci che il Gasp saluterà se non arriverà la qualificazione in Champions ma solo una banale Europa League (notare il banale, segno del livello ormai raggiunto): sarebbero forti le sirene delle grandi squadre, una non a caso il Milan del dopo Gattuso. Una iattura che la società vuole evitare a tutti i costi visto che con lui riesce ad avere gioco, vittorie e bilanci in attivo, come dire cantina piena e moglie etilista. Ma sarebbe un errore per l’allenatore, che dovrebbe ricordare ancora bene come gli andò nell’unica grande che finora lo ha ingaggiato, l’Inter del 2011. Cinque partite, quattro sconfitte, gioco inesistente e Moratti che lo congeda già in settembre. Perché Gasperini non è un allenatore da grande squadra, e lo diciamo come complimento considerato cosa sono le grandi squadre adesso nel calcio attuale: mostri condannati a mangiare in continuazione pena la crisi.
Insomma una grande squadra considera la vittoria non solo un obiettivo, ma anche una necessità per evitare la catastrofe che va colta in qualunque modo, di riffa o di raffa. E se non arriva, i dirigenti mugugnano contro l’allenatore a favore di telecamera, tanto per aumentarne l’autorevolezza nello spogliatoio. Con Gasperini invece il calcio si programma, si lanciano i giovani (modello Mino Favini, ricordato anche ieri con una scritta sulle maglie) e gli si dà il tempo di sbagliare e crescere, si lavora sul campo quotidianamente, si ragiona sugli schemi 3-4-3 marchio di fabbrica, ma è uno schema senza schematismi), si punta al gioco e si guarda avanti. L’unico modo per cui Gasp può allenare una grande è rendere tale la squadra che allena. E siccome nessuno sano di mente può negare che l’Atalanta adesso è diventata una grande squadra, perché andarsene?

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