Fra le macerie ai Prati di Caprara, dove per anni sono rimasti i detriti della stazione di Bologna esplosa il 2 agosto 1980, potrebbe essere stato trovato l’interruttore della bomba che provocò 85 morti e 200 feriti. Il nuovo particolare emerge dalla perizia disposta dalla Corte di assise nel processo a carico dell’ex Nar Gilberto Cavallini e depositata dal geominerario esplosivista Danilo Coppe e dal tenente colonnello Adolfo Gregori, del Ris di Roma. Con una levetta simile a quelle usate nell’industria automobilistica, “la sua deformità fa ritenere l’interruttore molto vicino all’esplosione”. In una sala d’attesa di una stazione ferroviaria, spiegano, “secondo chi scrive non aveva ragione di esserci”.

Dispositivi simili, osservano poi i periti, risultano essere stati trovati nell’ordigno destinato a Tina Anselmi e in quello trasportato da Margot Christa Frohlich quando venne arrestata a Fiumicino nel 1982. Si tratta della terrorista tedesca indagata e poi archiviata insieme a Thomas Kram nella cosiddetta ‘pista palestinese’, ipotesi alternativa a quella accertata dalle sentenze passate in giudicato che si concentravano su una pista neofascista. Christa Margot Frohlich era una terrorista tedesca appartenente al gruppo di Ilich Ramirez Sanchez, meglio noto come Carlos o ‘Carlos lo sciacallo’, e fu indagata e poi archiviata (nel 2015) assieme a Thomas Kram.

L’interruttore viene citato nel capitolo della relazione in cui i periti scrivono che sicuramente “con l’esplosivo viaggiava almeno un detonatore”. Nel descriverlo, Coppe e Gregori lo identificano come “un prodotto di qualità molto bassa” e rilevano che “la levetta on/off pare essere di tipo comune. Non riporta alcuna scritta identificativa ed è simile ad alcune usate nell’industria automobilistica per attivare, ad esempio, luci o tergicristalli”, anche se “il fatto che sia montata su un supporto la rende meno ‘automobilistica'”.

Nella perizia si conferma, poi, che la bomba era costituita “essenzialmente da Tnt e T4 di sicura provenienza da scaricamento di ordigni bellici e da una quantità apprezzabile di cariche di lancio (che giustifica la presenza di nitroglicerina e degli stabilizzanti rinvenuti)”. Inoltre, “non si può escludere completamente la presenza di una percentuale di gelatinato a base di nitroglicerina”. Si tratta di un passaggio che ha colpito gli avvocati di parte civile: “È una conferma – dice Andrea Speranzoni, che assiste i familiari delle vittime – di quanto dichiarato dai pentiti, come Sergio Calore e Paolo Aleandri”. La perizia parla di “congruenza” con queste dichiarazioni e che quindi potrebbe collegare l’esplosivo a quello utilizzato in quel periodo dal terrorismo di destra.

Ma nelle conclusioni dell’elaborato si legge anche che su basi esclusivamente probabilistiche “si ritiene che, se c’era un dispositivo tra la sorgente di alimentazione e l’innesco, questo poteva essere un timer meccanico. Non si esclude però, in via ipotetica, che l’interruttore di trasporto fosse difettoso o danneggiato tanto da determinare un’esplosione prematura-accidentale dell’ordigno”. Un elemento definito “significativo e innovativo” dall’avvocato Gabriele Bordoni, difensore di Gilberto Cavallini, come anche il fatto che secondo i periti, nella sala d’attesa della stazione di Bologna non c’erano le condizioni perché un corpo venisse completamente dematerializzato.

 


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