“Se ho temuto che quel giovane si lanciasse? Sono agente di polizia penitenziaria da 29 anni e grazie al servizio e agli insegnamenti so come comportarmi in determinati casi. Quel ragazzo ha 19 anni, l’età dei miei due gemelli: salvarlo era l’unica cosa che dovevo fare. Ora vorrei solo rincontrarlo”. Ma l’altra sera  quando si è fermato sul ponte della tangenziale di Biella per convincere il giovane a non buttarsi di sotto, Giuseppe Nistico Fioramante, non era in servizio. In quel momento l’assistente capo coordinatore della Polizia penitenziaria del nucleo operativo di Biella era con la sua compagna e stavano andando a Cossato per trascorrere la serata festiva. Per questo stavano attraversando quel ponte che in tanti conoscono come un luogo scelto da tanti aspiranti suicidi. Un ponte che aveva percorso numerose volte ma sabato il suo passaggio ha salvato una vita. 
“Ho notato delle auto che rallentavano per la presenza di un mezzo con le luci spente al lato della carreggiata, così ho azionato gli abbaglianti. A quel punto l’ho visto, era un’ombra oltre il guardrail. Si reggeva solo con le mani e guardava fisso giù, verso il vuoto”. 
C’erano altre persone?
“No, nessuno si era avvicinato. Le macchine rallentavano ma procedevano, forse tra il buio totale e il guardrail alto non l’avevano visto”
E lei cosa ha fatto?
“Ho capito che dovevo intervenire così sono sceso dall’auto ho detto alla mia compagna di chiamare la polizia. Mi sono avvicinato con cautela e ho visto che era un ragazzo giovanissimo e ho iniziato a parlargli”.

Cosa bisogna dire in questi casi?
“Io gli ho detto il mio nome e se avesse bisogno di aiuto. Se volesse parlarne ecco. In questi casi bisogna cercare un contatto, così ho continuato a dirgli di me rimanendo sempre a distanza. E ho iniziato a chiedergli quanti anni avesse, qual era il suo nome. Non volevo spaventarlo , un passo oteva essere fatale. Poi a un tratto mi ha parlato così ho capito che potevo anche avvicinarmi un po’, che potevo aiutarlo davvero”.
Quali sono state le sue prime parole?
“La sua età, mi ha detto che aveva 19 anni. La stessa età dei miei due gemelli, gliel’ho raccontato e gli ho detto di pensare ai suoi genitori, al vuoto che avrebbe lasciato. Che io potevo essere il suo papà e che la vita va avanti, tutto può essere risolto”.
Le ha detto perché voleva farla finita?

“Era confuso, farfugliava ma mi è sembrato di capire che si trattasse di una questione amorosa, mi ha detto che le ragazze lo avevano rovinato ma non era lucido. Finché mi ha guardato. Ho visto lo sguardo, gli occhi tristi e impauriti così in un attimo l’ho afferrato da sotto il petto e l’ho tirato dentro. Al sicuro. E l’ho fatto salire sulla sua macchina, dove abbiamo atteso che arrivasse la polizia”.
Era ferito? Le ha detto altro in auto?
“Era frastornato, non parlava, aveva lo sguardo perso nel vuoto. So che stava arrivando il 118 per portarlo in ospedale, io mi sono dovuto occupare di lasciare i dati e raccontare cosa fosse successo. E non l’ho più rivisto. Il mio grande desiderio è rintracciarlo per sapere come sta, rivederlo e abbracciarlo. Non appena tornerò in servizio lo cercherò, ho capito che è un ragazzo buono si vedeva ma oggi mi riposo, sto con la mia compagna. Ci siamo spaventati entrambi, l’adrenalina si fa sentire”. 
Ha salvato un ragazzo, ora lei è un eroe. Non è così?
“No, gli eroi sono altri. Io sono solo felice di quello che sono riuscito a fare. Forse era destino che passassi lì sopra. In tanti mi hanno fatto i complimenti, anche il presidente Francesco Basentini capo della polizia penitenziaria e capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria mi ha chiamato personalmente. Sono onorato ma chiunque di noi l’avrebbe fatto”.
 


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