BOLOGNA – Un giro turistico alla scoperta di una Bologna diversa. Fragile. Umana. A tratti ironica, a tratti disperata. La città dei tappetari, dei solfanai, dei masticatori della notte (i biassanòt) e degli indiani metropolitani, ma anche quella dove si può perdere tutto dall’oggi al domani, «e non ci pensi che può capitare anche a te» .

Una storia che comincia nel 1500, dalla Quadreria di via Marsala, e finisce nella sala d’attesa della stazione, «dove ho dormito per tre anni e mi piange il cuore ogni volta che ci torno» , ricorda Giuseppe. Dietro di lui cammina un piccolo gruppo di turisti con l’auricolare: bambini, anziani, famiglie, bolognesi e non. A fare da ciceroni, oltre a Giuseppe, ci sono Biagio e Samantha. Giuseppe, ex cuoco, ha vissuto in strada tre anni, Biagio abita in un container senza acqua, luce e gas, Samantha, imprenditrice disabile e presidente di un’associazione teatrale, senzatetto ha rischiato di diventarlo pochi mesi fa, dopo uno sfratto: ora vive all’albergo del Pallone.

Insieme a loro c’è Chiara Cariani, guida di Ascom. L’itinerario che hanno creato, in collaborazione con Piazza Grande e Asp, si chiama: “ Gira la cartolina”, perché la città che raccontano è tutto meno che patinata. La prima uscita è stata giovedì, dalle 18 alle 20. Replicheranno ancora il 25 luglio e l’1 agosto (prenotazione obbligatoria a giralacartolina@ gmail. com oppure al telefono 373.7566321).
 

«La nostra idea – spiega Josè Salgado di Piazza Grande – era mettere l’accento sulle competenze di queste persone e non tanto sulle loro fragilità. Nei mesi scorsi hanno fatto una formazione con alcune guide Ascom, adesso stanno creando una start- up. Speriamo che per loro diventi un lavoro. Abbiamo già fatto domanda per essere inclusi nelle pubblicazioni di Bologna Welcome» .

Tutto parte da quella che nel 1500 si chiamava Opera Pia dei Poveri vergognosi, la sede dell’Asp in via Marsala. «In questa sala – spiega Samantha – erano seduti dei bolognesi benestanti. Al centro c’era un loro concittadino che per qualche motivo aveva perso tutto e si trovava lì a chiedere se il giorno dopo avrebbe potuto girare a testa alta o chiedere la carità».

Dalla finestrella di via Piella Giuseppe racconta delle lavandaie che lavavano i panni con la cenere. Della Montagnola parla Biagio, che in una delle sue tante vite faceva il tappetaro. «Qui chiunque poteva stendere la mercanzia. Argilla, seta, cotone: lo chiamavano il mercatino dei Tigli».

In stazione, quel 2 agosto 1980, c’era anche lui. «Arrivai alle 10,40, vidi gente bruciata, persone nere, carbonizzate. Mi dissero che il treno della mia ragazza si era fermato a Parma e mi misi a correre in auto come un pazzo per cercarla: facevo tutte le stazioni, sperando di incontrarla. A un certo punto la vidi su un taxi, insieme ad altri. Stava tornando a Bologna». Sul primo binario Giuseppe legge la preghiera di Papa Giovanni PaoloII: «La stazione dopo la strage avrebbe dovuto essere un luogo di memoria e di preghiera – dice -, invece in quella sala d’attesa c’è ancora, purtroppo, tanta sofferenza» .

Samantha davanti all’Arena del Sole indica un sacco a pelo: «Se incontrate il proprietario offritegli un caffè. Nelle strade non ci sono solo vetrine. E probabilmente chi ci dorme non ha sbagliato da solo».


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