ROMA – C’è una squadra verdeoro, chiamatela pure “Seleção”, che perde, perde, perde. Da nove partite se ne torna negli spogliatoi con le pive (e anche qualcos’altro) nel sacco. E’ il Brasile delle donne, che ormai stanno cominciando a vergognarsi di ciò che fanno o meglio di ciò che non sanno più fare. Il ct Vadao non sa più che pesci prendere. Lunedì con la Scozia l’ultima doccia (scozzese): 1-0: “E pensare che avevamo dominato”, ammette sconsolato l’allenatore, ben sapendo che non serve a niente lamentarsi, perché le statistiche ricorderanno soltanto l’ennesima sconfitta di un gruppo erede di Marta Pallone d’oro, trascinata (solo in apparenza) della recordwoman di presenze (Formiga, 37 anni, 146 presenze), un gruppo sfilacciato e deluso che i palloni adesso va a prenderli in fondo alla propria rete, con lo sguardo basso e il morale ancora più basso. Ma è logico purtroppo. Accade soltanto l’inevitabile, “dopo che il sistema non ha provveduto al suo aggiornamento”, dice il ct Vadao, che potrebbe non arrivare ai Mondiali dove il Brasile è inserito nel girone dell’Italia (le altre sono Australia e Giamaica). A gennaio, per capire dove mettere le pezze, la federazione ha effettuato un sondaggio e subito dopo ha ricavato delle statistiche: allarmanti. L’82% delle calciatrici attive sul territorio nazionale, dalla serie A alla quarta divisione, guadagna 250 dollari al mese, il 14% supera i 1000 dollari e soltanto una, di cui è stato omesso il nome, prende da solo 125 mila dollari.

Nel calcio mondiale non esiste maggiore discriminazione di genere. Il Brasile del calcio femminile è quello che meglio incarna lo scalino della disuguaglianza (fermo restando che Neymar, come indica la ricerca, guadagna come 1.693 calciatrici di punta dei campionati Germania, Inghilterra, Stati Uniti, Svezia, Australia e Messico. L’unico paese a chiedere un livellamento dei salari è stata la Norvegia, dove i calciatori assegnano 56 mila euro per attività commerciali volte a migliorare le condizioni delle loro colleghe donne (al mondo ci sono 137 mila calciatori professionisti a fronte di 1.287 calciatrici). E nulla va dato per scontato: in Inghilterra soltanto da poco è stata varata una lega professionista femminile (e per cinquant’anni, sino al ’71, il calcio femminile era stato bandito dal regno). Tuttavia il Brasile rimane al top, basta rovesciare la classifica. Le nove sconfitte maturate in sequenza (due negli Stati Uniti e in Inghilterra, una a testa contro, Canada, Francia, Giappone, Spagna e Scozia) rendono palesi le difficoltà gestionali di una nazionale che, pur non avendo mai vinto nulla, né Mondiali né Olimpiadi, ha comunque prodotto talenti come Marta. “Vogliamo rispetto per la nostra professionalità”, ha detto Erika, 31 anni, difensore del Corinthians, 50 presenze con la nazionale.

La federazione ha imposto a ogni club la costruzione di un team femminile: “Ma non basta”, prosegue Erika, “perché poi le migliori vanno a giocare all’estero”. Poi giù: “Invidio le colleghe americane, 28 delle quali hanno citato in giudizio la loro federazione per i salari e le condizioni di lavoro. Noi brasiliane dovremmo percorrere la medesima strada. La nazionale Usa è una forza trainante per l’intero movimento. Certo, avendo vinto molto, posso alzare la voce. Noi no”. Una delle cause della debolezza del calcio femminile, secondo Erika, è la geografia: “La distanza da noi è un problema. E inoltre ognuna pensa a sé. Non esiste un traguardo comune”. Il potere commerciale del calcio femminile cresce, lo dimostrano i 60 spettatori per Atletico Madrid-Barcellona. Non in Brasile: “Non è sufficiente che adesso la nostra serie A sia diventata a 16 squadre e che siano state avviate una serie B e un under 18. Bisogna fare di più”. Manca la passione, la gente non sente richiami: “La strada è ancora lunga”. Il 7 giugno inizieranno i Mondiali in Francia. Il Brasile ci arriverà con la zavorra.
 


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