“Signor ministro, sono una docente di scuola primaria di una piccola cittadina del Sud, una cittadina graziosa e a misura d’uomo ma che, purtroppo, ha un difetto enorme: quello di essere troppo a Sud e troppo ad Est, così tanto periferica da essere dimenticata non solo da Dio (il cui Figlio, com’è ben noto, si è fermato ad Eboli) ma soprattutto dagli uomini”. Comincia così la lettera di una docente, Paola Calvaruso, al ministro dell’Istruzione al centro della polemica per le sue parole rivolte ai prof del Sud. Il post su Facebbok è stato condiviso e commentato da centinaia di utenti.

“Insegno a Brindisi e in queste tre parole sono racchiuse le tre fortune che ho: quella di lavorare, quella di lavorare nella mia città e quella di lavorare come insegnante, privilegio, quest’ultimo, che ha avuto anche Lei. Solo ieri sera, causa scrutini (eh, sì! Sono stata impegnata con gli scrutini di sabato) ho avuto modo di visionare il video in cui sostiene che gli insegnanti del Sud si impegnino poco, lasciando passare nei mezzi di comunicazione e nelle teste degli Italiani il messaggio secondo cui noi docenti siamo un po’ fannulloni. Come se non fosse già bastato il fatto che siamo “abulici”.

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“Mi rammarica, invece, notare che la popolazione non venga informata del fatto che, statistiche alla mano, gli studenti più preparati appartengano proprio alle scuole del Sud. A dirlo non sono io: è dello scorso anno il dato ufficiale secondo cui la regione con i maturati più “lodevoli” sia stata (per il secondo anno consecutivo) la Puglia, seguita dalla Campania e dal Lazio. E Le posso assicurare che noi insegnanti del Sud non siamo mica di manica larga con i voti! Del resto come potremmo esserlo, considerando che ogni due/tre anni ai nostri studenti vengono somministrate le prove nazionali Invalsi che, successivamente, ci rimandano il livello qualitativo della nostra scuola (che anche nel profondo Sud si attesta su percentuali molto alte)?”

“Inoltre, se fossimo di manica larga, questi ragazzi, che spesso completano gli studi e trovano impiego all’estero, non si farebbero e non farebbero onore al nostro Paese, quello stesso Paese che non investe sulla scuola e su di loro. Perché, signor ministro, a conti fatti, tenendo conto del mio stipendio attuale, frutto dei miei ventitré anni di ruolo (tralascio il fatto che il titolo di studio non conti nulla, a livello economico, nell’opificio della cultura), e del numero di alunni che quotidianamente ho in carico, un mio allievo, la sua formazione civica, culturale e lo sviluppo della sua personalità, per lo Stato Italiano, valgono 31 euro al mese, all’incirca un euro al giorno. Uno studente vale quanto un caffè, insomma.E già basterebbe questo per evidenziare di chi sia la mancanza e in cosa e chi si dovrebbe impegnare di più”.

“Se poi ci addentriamo nelle dinamiche scolastiche giornaliere, ci imbattiamo nel registro elettronico, sbandierato, nel passato recente, come strumento di innovazione (e rinnovamento) della scuola italiana. Ma anche qui ci sono delle falle perché, se non ho con me il mio smartphone o il mio tablet, non posso adempiere il mio dovere in orario di servizio, essendo le aule dei nostri istituti sprovviste di un pc da utilizzare al momento. E a volte anche di una connessione internet sicché, per la compilazione on line, devo usare la mia connessione personale. In qualunque azienda, se il datore chiede al dipendente di assolvere a un obbligo, lo mette anche nelle condizioni di poterlo fare, fornendogli gli strumenti. Cosa che, ahimé, non accade nell’azienda scuola”.

“La invito, signor ministro, a verificare di persona lo stato in cui versa la maggior parte delle strutture scolastiche italiane, soprattutto in città del Sud (Napoli, Palermo, Taranto per citarne alcune), nei quartieri periferici in cui la scuola rappresenta l’ultimo baluardo dei valori fondanti della civiltà e della legalità e dove le istituzioni politiche non sono mai arrivate. Ma Le chiedo di farlo senza preavviso e in veste non ufficiale così che l’istituto non venga vestito per l’occasione di lustrini e paillettes. Venga nelle scuole e si renderà conto che, per svolgere al meglio il nostro lavoro di insegnante, ci impegnaiamo ogni giorno per rimediare alle incongruenze e alle carenze dello Stato che rappresentiamo e per cui lavoriamo, mettendoci passione ed entusiasmo, elementi che, lo scopriamo solo nel corso degli anni, ci vengono richiesti insieme ai documenti quando apponiamo la firma per il contratto a tempo indeterminato”.

“Nel lontano 1997 lo feci anch’io, quando assunsi, nei confronti dello Stato Italiano, un impegno che non sapevo sarebbe stato così gravoso. Perché, caro Ministro, in-segnare, cioè segnare dentro un alunno, non è cosa da poco: ti carica di enormi responsabilità e ti costringe a continue autocritiche e a continui esami di coscienza. Ma sa, Signor Ministro, quell’IMPEGNO che assunsi allora è ciò che ancora oggi mi motiva ogni giorno (nonostante la motivazione, il più delle volte, si faccia davvero fatica a trovarla, se si considera che la nostra è la categoria più bistrattata, dall’alto e dal basso) ed è sempre l’IMPEGNO preso ciò che mi fa andare avanti quando mi rendo conto di essere impotente e sola in classe”.

“Lasciata da sola a trasmettere ogni giorno il valore e l’importanza della legalità, lasciata da sola a trasmettere il concetto che il lavoro è un diritto e non un “favore” che ci mette in condizione di “sudditanza” rispetto a chi ci ha concesso questo “privilegio”. Lasciata da sola dallo Stato, da cui arrivano sempre meno fondi alle scuole, ma non dai miei alunni nei quali, anche solo con un gesso bianco su una lavagna, che ormai avrà più o meno la mia età, mi impegno ancora ad accendere, ogni giorno, la scintilla della curiosità.Da sola”.

“P.s.: mi permetto di rammentarLe che il nostro Sottosegretario, il D.S. Salvatore Giuliano, proviene da una città del Sud, la stessa mia, ed ha diretto a Brindisi un istituto che, ancora oggi, è il fiore all’occhiello della scuola italiana”.


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