“Io non ho mai avuto contatti con i magistrati né con i medici legali. Le uniche informazioni mediche relative a Stefano Cucchi le ho ricevute il 30 ottobre 2009, quando sono andato al Comando provinciale. Questo dopo che, la mattina, il comando provinciale aveva voluto in una riunione guardare in faccia tutti i protagonisti della vicenda per ricostruire i fatti”.

Lo sostiene, in una dichiarazione spontanea resa di fronte al Gup, Alessandro Casarsa, imputato nell’ambito dell’inchiesta sui depistaggi nel caso Cucchi. Casarsa ha chiamato in causa il suo diretto superiore, il generale Vittorio Tomasone (ex comandante provinciale di Roma e da gennaio 2018 comandante interregionale Ogaden), pur senza mai nominarlo direttamente.
Si è difeso così il generale, all’epoca comandante del Gruppo Roma, quando Stefano Cucchi venne arrestato la notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009 per detenzione di stupefacenti, picchiato in caserma e poi deceduto all’ospedale Sandro Pertini sei giorni dopo.

Casarsa rischia il rinvio a giudizio per falso ideologico perchè accusato dalla procura di aver dato l’input, poi trasmesso a cascata a tutta la scala gerarchica dei carabinieri dell’epoca, a modificare due annotazioni di servizio relative allo stato di salute di Cucchi che, poche ore dopo l’arresto e il pestaggio nella caserma della stazione Appia, venne portato in condizioni già critiche presso la stazione di Tor Sapienza.

“Sento per la prima volta parlare dal vivo il generale Casarsa. Le note mediche presenti nella sua relazione del 30 ottobre e che anticiperanno le conclusioni di esperti medici legali che ancora dovevano essere nominati sono frutto di informazioni avute quel pomeriggio dal comandante Tomasone. Insomma così decisero a tavolino di che cosa doveva esser morto Stefano Cucchi. Tutto questo sulla nostra testa”. Commenta su Facebook Ilaria Cucchi, sorella di Stefano


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