“La prima volta che sono uscita da sola dal Centro antiviolenza e non ho avuto paura di entrare in un bar a prendere un caffè, non puoi capire la gioia e il dolore insieme che ho provato!”. Anna, il nome è di fantasia perché è ancora necessario proteggere lei e il suo bambino, a 22 anni è morta e poi risorta. Lo dice proprio così: “Il mio compagno mi aveva già ucciso dentro, le botte mi stavano ammazzando del tutto, per fortuna ho visto quel numero di telefono in tv e quel video”.

Racconti dall’inizio, come ha conosciuto il suo aguzzino?
“In paese, avevo 19 anni e lui, che ha la mia stessa età, stava con i suoi amici vicino alla chiesa. Quando passavo mi diceva che ero la più bella, mi ha fatto la corte. Mai una parola cattiva, piccoli regali, mi ha fatto sentire importante. Quando abbiamo cominciato a uscire insieme non era come gli altri, se non stava con me non vedeva gli amici. Non avevo capito che quella che mi sembrava una bella eccezione era una malattia”.

Quando sono cominciate le violenze?
“Quasi subito, mi ha fatto fare un bambino perché diceva che così non me ne potevo più andare. Sono contraria all’aborto e l’ho tenuto, nonostante la violenza, e sono andata a vivere con lui perché speravo cambiasse. Ma questi non cambiano, sono parassiti, ti si piazzano addosso e ti uccidono a poco a poco”.

Le amiche, la famiglia non l’hanno aiutata?
“Mi ha chiusa in casa, diceva che ero sola e avevo solo lui, solo lui mi si pigliava. Mi diceva che ero brutta e che non valevo niente, per un piatto messo storto mi picchiava e diceva che era colpa mia se lo faceva. Mi controllava le telefonate. E poi era così solo con me, con gli altri era gentile, se dicevo cosa succedeva manco mi credevano”.

Cosa le ha dato la forza di chiedere aiuto?
“Ci pensavo da tempo. Avevo visto in tv di questi centri che aiutano le donne, c’era anche il numero e volevo chiamare, ma non potevo. Poi guardavo sempre la canzone di Francesca Salici Vestuta ‘e lividi (il video di un’artista neomelodica contro la violenza sulle donne n.d.r.), dove lui l’ammazza. Non volevo morire. Il giorno che sono scappata aveva cercato di pugnalarmi e mentre piangevo diceva al bambino di 5 mesi: “Vedi come piange, quando sei grande la picchi anche tu”. Spero che non si ricordi, dovevo fare qualcosa per non farlo diventare così”.

Dove è andata quando è scappata?
“In caserma. Mentre lo denunciavo lui è arrivato, stava fuori con la macchina, hanno visto che era pericoloso. Hanno chiamato il centro antiviolenza e sono andata con loro. Avevo solo una maglietta strappata e un paio di ciabatte, mi sentivo povera e avevo paura di essere sola, come diceva lui”.

Quanto tempo c’è voluto per liberarsi della paura?
“Alla casa rifugio di Valle di Comino ho capito subito che non ero sola, c’erano le altre donne che avevano passato la stessa cosa, ho conosciuto persone di tanti posti lontani. Il trauma c’era, e forse c’è, ma potevo sempre parlare con le operatrici. Mi sono sentita ricca di avere ancora la mia vita, mi sono sentita orgogliosa per essere scappata, per aver salvato il mio bambino”.

Com’è ora la sua vita?
“Esco da sola e vado a lavorare, penso al mio bambino. Per i primi cinque mesi la dote di autonomia dei centri Di.Re ha pagato la casa dove vivo e le spese per il bambino, mi hanno aiutato a fare il servizio civile alla A.s.l. , sto all’accoglienza e mi piace parlare con le persone”.

La sua famiglia?
“Ho perso tutti. I miei sono separati, vivono in paese a dieci minuti da lui, non posso andarci”.

E lui? È stato condannato?
“Sì, a 8 anni, ma la cosa importante è che ha perso ogni diritto sul bambino”.

Ha paura degli uomini?
“Al centro mi hanno insegnato che non sono tutti così. Lui era così perché suo padre aveva fatto le stesse cose a sua madre e voleva farmi schiava come lei, era malato. Si ho ancora paura. Gli uomini mi vedono giovane, sono pure una bella ragazza, mi si avvicinano, ma io capisco che vogliono solo sesso e non mi interessa. Ci vorrà tempo, magari dubiterò anche di una brava persona, ma non voglio buttarmi in un altro fosso”.

Come si immagina tra qualche anno?
“Ci devo lavorare. Vorrei finire il quinto anno e prendere la maturità, dare una cultura a mio figlio. In ogni caso sarà meglio di come sono stata, questo le donne devono capirlo: il peggio è quando non si denuncia, solo così si pensa ai figli”.


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