Era inevitabile: la nostalgia degli anni Novanta che da qualche tempo sta riportando a galla tutto – musica e cinema, serie tv e mode non poteva dimenticare la notte. E infatti, quella stagione irripetibile in cui in Italia i club e le discoteche sono state laboratori di creatività e cultura contemporanea, sta riemergendo dalle pieghe della memoria. Siti, progetti fotografici, documentari, mostre, gruppi Facebook, tesi di laurea, libri. Migliaia di persone che condividono ricordi in Rete o che cercano di recuperare immagini ed emozioni di un periodo in cui la nostra vita non era ancora instagrammata secondo per secondo. Una nostalgia collettiva che sembra contagiare anche chi quegli anni, per ovvie ragioni anagrafiche, non li ha potuti vivere o che li ha visti riflessi solo nelle serate speciali. Anche a loro, ai nostalgici di riflesso, si rivolge il lavoro enciclopedico che da qualche tempo sta impegnando Davide Nicolò, (davidissimo3000 su Instagram) uno dei grandi protagonisti delle notti italiane.  

Nicolò, 52 anni, direttore artistico e responsabile della comunicazione di alcuni tra i più trasgressivi locali italiani, dal Cocoricò di Riccione a La Fura di Desenzano del Garda, inventore di serate che sono entrate nel mito del clubbing, uno scienziato della notte ammirato da Pier Vittorio Tondelli, amico di artisti e creativi, Andy Wharol compreso, ha deciso di erigere il suo personale tributo alla civiltà delle discoteche: una guida ai locali che ne hanno fatto la storia, istantanee di un mondo che a parte qualche eccezione sembra essersi dissolto: “Sarà un libro che racconta i templi della musica house e techno in Italia, ma anche nel mondo. Ho deciso di scriverlo adesso, con la giusta distanza da quella stagione, perché e stata un’era inimitabile, irripetibile”.  

C'era una volta la notte in discoteca: un libro per ricordare i locali più trasgressivi. Che non esistono più

Davide Nicolò

Come erano le notti degli anni Novanta? 
Erano uniche: la trasgressione era creatività, esplorazione di spazi, corpi, suoni, immagini. Si intrecciava con la voglia di libertà, con il desiderio di abbattere confini, di spingersi sempre più in là. Se si perdeva una serata la si era persa. Punto e basta. Non c’era la possibilità di rivivere la stessa esperienza il sabato successivo o in Rete”.  
 
Quali erano i punti cardinali di quella notte? 
“Il Cocoricò che cambiava allestimento ogni sei mesi e che riusciva ad attirare i più grandi performer europei, ma anche il Plastic di Milano. Ricorderò per sempre la notte con Andy Warhol. Era il 1986 e lui era arrivato a Milano per presentare al Palazzo delle Stelline L’ultima cena, serie nata dalla riflessione sul cenacolo di Leonardo. Quella notte lo invitammo al Plastic e finì con le sue Polaroid: ovviamente si mise a scattare”. 
 
Il Plastic esiste ancora. 
“Perché è rimasto fedele a sé stesso. Non è l’unico ad avere attraversato i decenni, anche il Tenax di Firenze c’è riuscito ma per resistere nel club delle discoteche più famose al mondo nel corso degli anni ha dovuto cambiare pelle più volte”. 
 
Com’era negli anni Novanta? 
Era un punto di riferimento per artisti e stilisti. Alla fine degli anni Ottanta Vivienne Westwood lo scelse per esporre alcune sue creazioni. Continuò così anche nei Novanta, era un riflesso di Firenze in quel periodo, del clima e della creatività che si respirava anche grazie alla moda, a Gucci, Cavallini, Coveri. Un altro locale che fece parlare molto di sé fu Il Fitzcarraldo di Terranova Bracciolini, attirava nella Valdarno amanti della house music provenienti da tutto il mondo. Del resto in quel periodo era possibile tutto, persino un locale che dettasse tendenze dalla provincia”. 
 
Ad esempio? 
Il “Fura, a pochi chilometri da Desenzano del Garda. Era una discoteca ma anche un centro sperimentale di arte e teatro, visionario e attento alla riflessione sulle nuove tecnologie. Aveva una rotaia sul soffitto, a trenta metri di altezza dove appendevamo qualunque cosa: dalle ballerine ai monitor, vere e proprie scenografie complete. Era incredibile, si esibiva Marceli Antùnez Roca, uno dei fondatori de La Fura dels Baus ma anche Franco B. o la Mutoid waste company. Una sera facemmo un video-collegamento con l’Orlan, un’altra lasciammo che il pubblico intervistasse Aldo Busi. Erano anni in cui in discoteca la musica poteva essere spenta per dare spazio all’arte, al teatro, alla letteratura. Tutto si teneva, ogni arte influenzava l’altra. Un illuminato proprietario, Ottavio Ferri, insieme a me e ai suoi soci riuscì ad organizzare serate veramente incredibili>. 
 
Questi locali saranno altrettanti capitoli di #Nightology? 
Sì e non saranno gli unici. Dai Magazzini Generali di Milano alla Baia degli Angeli e l’Ethos di Gabicce, ai locali di Ibiza e Parigi, il libro sarà una specie di enciclopedia che ripercorre la storia della notte e le sue favole, oggi impossibili. Gerghi, mode, architetture, dj, personaggi e anche oggetti”. 
 
Ad esempio? 
Serate come “Il colore dei dollari quando al Byblos di Misano Adriatico lanciammo sulla folla un milione di lire in banconote da un dollaro mescolati a una montagna di dollari falsi. O “La punta di diamante, la serata con cui nel marzo 1990 inventammo il nuovo ciclo del Cocoricò. Fu quella la notte che cambiò per sempre la notte italiana: capimmo allora che potevamo provocare, trasgredire, scioccare giocando con l’arte e la cultura. Anche gli ospiti erano altisonanti: Al Cocoricò si potevano incontrare Moschino, Jean Paul Gaultier, Dsquered Caten, Grace Jones fino a Fellini, Ferreri, Ru Paul e Lucio Dalla o Franco Battiato. Al Byblos Oliviero Toscani, Gabriele Salvatores, Sgarbi, Marta Marzotto, Elio Fiorucci. La discoteca divenne officina creativa, nel caso del Cocoricò anche la prima discoteca di massa a fare tendenza, iniziò un decennio incredibile. Che poi venne ribattezzato Club Culture. 
 
 


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