SANTIAGO DEL CILE – Per il loro il sogno di costruirsi un destino migliore si è rivelato un fallimento. Poco lavoro e pagato male, clima freddo e la difficoltà a capire una lingua nuova: sono queste le principali ragioni che hanno spinto oltre mille haitiani, emigrati in Cile negli ultimi due anni, a scegliere di ritornare nel loro paese, aderendo alla cosiddetta ‘Operazione Ritorno’, predisposta dal governo di Sebastian Piñera. Il primo volo, di una serie programmata, è appena partito con a bordo 160 passeggeri, di cui 30 donne, oltre a 11 funzionari di appoggio, tra cui un medico e un paramedico.  

Una “deportazione mascherata”. Negli ultimi due anni, in Cile il numero di immigrati provenienti da Haiti è esploso, tanto da mandare in tilt gli uffici immigrazione, dove prima il flusso era ben minore. Secondo i dati del ministero dell’Interno, il numero di haitiani entrati nel paese con visto turistico, e che poi hanno chiesto il visto per la prima volta, è aumentato del 72,3% nel 2017 rispetto all’anno precedente, mentre tra il 2005 e 2017 i permessi di soggiorno definitivi sono cresciuti ogni anno, in media, del 199%, con picchi di oltre il 200% nel 2016 e 2017. Il programma di voli per far rientrare gli haitiani nella loro isola, seppur ad adesione volontaria, è stato criticato e giudicato da molti come una “deportazione mascherata”, anche per i requisiti richiesti per essere inseriti e poter partire. Chi torna a casa infatti non potrà rientrare in Cile per i prossimi 9 anni, e chi ha coniuge, figli o convivente dovrà andare via con loro.

Ma la prevalenza è di peruviani. Ma la maggior quantità di immigrati presenti in Cile non sono gli haitiani, bensì i peruviani. Per questo, secondo Dalinx Fontaine, della Piattaforma di organizzazioni haitiane, si tratta “di una deportazione mascherata, un piano discriminatorio. Quello che serve sono politiche pubbliche per gli immigrati”, mentre per il presidente del Coordinamento nazionale dei migranti, Hector Pujols, le misure del Governo sono razziste perché si sono concentrate solo sugli haitiani. “Ci sono anche spagnoli, colombiani e peruviani che vogliono tornare. Per questo non capiamo – spiega – questa fissazione con la comunità haitiana, che ci fa sospettare che dietro ci sia un forte razzismo”.

Il costo di una cattiva politica. Effettivamente, secondo un sondaggio pubblicato dall’Istituto di ricerca Cadem, l’85% degli intervistati è a favore del piano di rientro degli haitiani, il 67% pensa che i cileni discriminino gli immigrati, e il 40% pensa che l’arrivo di stranieri sia un male per il Paese. Secondo il direttore del Servizio Gesuita per i migranti, José Tomás Vicuña, “chi vuole tornare è perchè ha sofferto discriminazioni o lesioni dei propri diritti. E’ il costo di una cattiva politica, perché l’ideale sarebbe che nessuno tornasse. Come società dovremmo interrogarci”. Come rileva Vicuña, la principale barriera di esclusione per gli haitiani, che parlano creolo o francese, è stata proprio la lingua e le uniche che si sono preoccupati di insegnargli lo spagnolo sono state le organizzazioni della società civile.

C’è però anche chi ce l’ha fatta. Come Steevens Benjamin, giovane haitiano di 22 anni, la cui storia è stata raccontata sui quotidiani locali. Dopo 5 anni in Cile, in cui ha finito i suoi studi superiori studiando di notte, e lavorando di giorno prima in una fabbrica di cemento e poi alla stazione degli autobus, dal 19 novembre inizierà ad essere uno protagonisti della telenovela “La reina de Franklin”. “Conosco gente a cui le cose non vanno bene – racconta – ma questo può succedere dappertutto. Sicuramente incontrerai chi ti discrimina, perchè è così in tutti i paesi. Bisogna darsi del tempo, non si può pensare di arrivare e pensare che ti andrà bene dal giorno dopo. In Cile ci sono opportunità, ma costa, bisogna avere pazienza”. Molti haitiani, continua, “vogliono subito lavorare, senza pensare che prima devono imparare la lingua e capirla, per poter trovare lavoro. Penso però – conclude – che invece di dargli denare per tornare a casa, si potrebbe dargli un permesso di soggiorno per fargli trovare lavoro”.

Noi non siamo un partito, non cerchiamo consenso, non riceviamo finanziamenti pubblici, ma stiamo in piedi grazie ai lettori che ogni mattina ci comprano in edicola, guardano il nostro sito o si abbonano a Rep:.
Se vi interessa continuare ad ascoltare un’altra campana, magari imperfetta e certi giorni irritante, continuate a farlo con convinzione.

Mario Calabresi
Sostieni il giornalismo
Abbonati a Repubblica


SITO UFFICIALE: http://www.repubblica.it/rss/solidarieta/rss2.0.xml