ROMA – Il complicato mondo degli aiuti umanitari, così esposto nell’essere preso di mira, anche quando una giovanissima cooperante rischia di fare una brutta fine, in mano a bande di criminali comuni o di miliziani di al Shabaab, s’interroga con legittima apprensione, condivisa anche dalla Chiesa Cattolica, in vista delle prossime elezioni presidenziali del 23 dicembre nella Repubblica Democratica del Congo. Un Paese dove la Cooperazione internazionale è presente con decine di Ong e con progetti di sviluppo finanziati dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite. Sarà un appuntamento che, sebbene ancora lontano nel tempo e geograficamente distante, in realtà ci riguarda assai da vicino, specialmente se si vuole davvero comprendere a fondo e poi dare risposte sensate a domande che spesso ci facciamo sul clima di instabilità nei Paesi dove hanno origine i flussi migratori.

La dinastia dei Kabila, al potere dal 1997. Il 23 dicembre prossimo, dunque, sarà una domenica e quel giorno gli oltre 81 milioni di cittadini dell’ex colonia belga saranno chiamati ad esprimersi per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, oltre che i rappresentanti locali di 26 province della nazione. Una tornata elettorale che in realtà si sarebbe dovuta tenere già nel 2016, se Joseph Kabila, attuale presidente in carica da 17 anni, non ne avesse inventate una più del diavolo per rinviare l’appuntamento. Ha tentato invece di rimanere aggrappato al potere per la terza volta consecutiva, in barba alle norme costituzionali del suo Paese, che invece prescrivono chiaramente l’impossibilità di una sua ri-candidatura. Ma lui – al potere dal 2001, succeduto a suo padre Laurent Désiré, in carica dal 1997 e ucciso durante un colpo di Stato – sembra aver trovato una soluzione con un suo alias, messo in campo al suo posto.

La crisi umanitaria con 13 milioni di persone dipendenti dagli aiuti. Cresce intanto il rischio di una guerra civile, in un contesto nazionale in cui la situazione umanitaria conta circa 13 milioni di persone in stato di dipendenza, che sopravvivono grazie agli aiuti e 4,5 milioni di sfollati interni. Di recente, a rendere ancor più complesso il quadro, è scoppiata un’altra epidemia di Ebola, considerata la peggiore mai registrata in passato: in soli tre mesi sono stati individuati 341 casi di cui 303 confermati.

Un governo centralista, poco incline al dialogo con la società Lo stile di governo di Joseph Kabila è da sempre impeccabilmente centralizzato. Un potere con le mani ben salde le mani sulle immense risorse minerarie congolesi. Le persone di cui si è circondato da sempre appartengono per lo più ad una classe di mercanti prestati alla politica, dunque gente poco incline al confronto sociale, al dialogo con la popolazione bisognosa. La cronica e diffusa instabilità del Paese, segnata da conflitti interni sanguinosi, soprattutto nella regione orientale del Kivu, hanno trasmesso alla popolazione civile una sensazione generale di squilibrio, che potenzialmente, a volte, avrebbe potuto minacciare il regime stesso. Al contrario però quella stessa instabilità non ha fatto altro che tornare utile a Kabila, legittimando le sue repressioni brutali.

Un’opposizione debole aggregata in tante formazioni. A giudizio di molti osservatori e del variegato mondo della Cooperazione internazionale, Kabila ha esercitato il suo potere ad esclusivo vantaggio di un’élite, ignorando letteralmente interi settori della società, ancor oggi incapaci di svolgere un’opposizione credibile, soprattutto perché aggregati in un pulviscolo di formazioni politiche, nessuna delle quali in grado di opporsi realmente al regime di Kabila. Un mondo variamente associato, generato nell’ambito cattolico e, in qualche modo, sostenuto dalla Conferenza episcopale congolese.

Il clima tesissimo nella regione dei Grandi Laghi. Insomma, la sfida ora è quella di capire quanto il voto del prossimo 23 dicembre potrà essere in grado di indicare persone e progetti radicalmente diversi da quelli che hanno segnato la vita di quasi 82 milioni di persone, in questi 60 anni dalla fine del giogo coloniale belga. Se si allargasse però lo sguardo sull’orizzonte, oltre i confini della Repubblica Democratica del Congo, la scena potrebbe apparire densa di ombre minacciose. Se infatti le elezioni dovessero alimentare nuove tensioni sociali, si aggraverebbe senz’altro la già profonda instabilità e potrebbero aprirsi nuove occasioni di conflitto, per ragioni sociali e ambientali, nel già tesissima atmosfera della regione dei Grandi Laghi, dove s’affacciano Rwanda, Burundi e Uganda, Paesi da sempre all’erta e pronti ad approfittare della debolezza del governo di Kinshasa, intento solo a garantire a pochi ingenti arricchimenti personali, basterebbe un attimo perché quei Paesi confinanti accendessero i motori dei loro carri armati, per allungare le mani sulle enormi ricchezze custodite nel sottosuolo congolese, ricco di coltan, diamanti, oro e di altri metalli preziosi.


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