MILANO – Ancora una volta, alcune Ong si trovano costrette a difendersi e ribellarsi al facile, persistente e incredibile gioco della delegittimazione, stavolta perpetrato dal programma Mediaset “Le Iene”, in onda il 28 aprile scorso. Un gioco che, oltrettutto, coinvolge proprio chi lavora nelle zone più difficili e pericolose del mondo. Stavolta è toccato a tre Ong che in Libia cercano di portare aiuto e, di fatto, svelare le atrocità medievali nei confronti di migranti rinchiusi in veri e propri lager. Atrocità rispetto alle quali le autorità di quel Paese, oggi lacerato peraltro da una guerra civile di cui non si vede la fine, non sono in gradi di intervenire, anche per la diffusa corruzione tra le forze armate e la polizia, spesso complici di bande di miliziani-mercanti di esseri umani violenti e senza scrupoli.

Quel dito puntato su tre Ong. Insomma, i “ragazzi” de “Le iene” stavolta hanno messo in dubbio che gli aiuti della Cooperazione italiana arrivino ai migranti rinchiusi nei campi libici. L’obiettivo del servizio tv, realizzato da Gaetano Pecoraro, in particolare è stato puntato su due campi, quello di Tariq al Seqa e di Tariq al Matar, dove operano tre Ong, che stanno realizzando dei progetti di aiuto : “Emergenza Sorrisi“, “CESVI” e “Help Code“. L’intervista a nove migranti che rimasero rinchiusi in quei luoghi da maggio ad agosto dell’anno scorso hanno prima raccontato le violenze subite, poi hanno aggiunto che degli aiuti della Cooperazione italiana non hanno visto traccia. Niente: nessuna assistenza sanitaria o kit igienici, o altro genere di aiuto, persino i materassi e le coperte – hanno detto – vennero garantiti dai gestori del campo, ma solo in occasione di visite ufficiali e poi immediatamente ritirati.

La replica delle organizzazioni umanitarie. La replica di CESVI ed Emergenza Sorrisi è però subito arrivata. “Nel periodo febbraio-luglio 2018 – si legge in una nota di CESVI – eravamo già impegnati su diversi progetti, operando anche nei centri di detenzione di Tariq al Seqa, Tariq al Matar e Tajoura, nell’area di Tripoli, con un finanziamento dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo per un ammontare complessivo di 296.044 euro. Il servizio andato in onda – prosegue il documento – si è basato sulla testimonianza di nove ragazzi eritrei presenti nei centri di detenzione, che hanno a ragion veduta sostenuto di non avere avuto contatti con gli operatori di CESVI. Infatti, possiamo dimostrare che nei mesi della loro detenzione la nostra attività si è svolta nella sezione femminile di questi luoghi, separata da quella maschile, dove abbiamo svolto attività di supporto per donne e bambini. Oltre tutto – si legge ancora nella nota – la possibilità di operare nel centro di Tariq al Seqa è stata bloccata dal 3 giugno, fino alla fine di luglio 2018, come attestano i report e le comunicazioni ufficiali inviate all’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo”. Cesvi ha comunque pubblicato tutti i report del progetto sul proprio sito web. “Abbiamo fornito queste ed ulteriori informazioni anche a “Le Iene” – aggiunge la ong – ma nel servizio non ne è stato fatto cenno”. 

La risposta di “Emergenza Sorrisi”. Di tono simile la replica di “Emergenza Sorrisi”, che si è occupata della formazione di 15 medici libici, i quali hanno poi offerto assistenza medica nei due campi e alla popolazione che vive nella stessa zona. Il progetto realizzato è durato sei mesi, da gennaio a giugno 2018, ed è stato finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione con 327 mila euro. “I medici – dice un documento dell’organizzazione – hanno visitato 992 persone, nei registri c’è il loro nome, cognome e patologia. Insomma, è tutto documentato – dice Fabio Abenavoli, presidente della Ong – abbiamo dato assistenza medica a persone sofferenti. Questa era la nostra missione. Siamo medici”.
 


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