DUE MESI fa, era il 12 settembre, il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva sul copyright. Un aggiornamento, contestato e difeso con uguale fermezza, del diritto d’autore nei mercati continentali. Già respinta lo scorso luglio, la bozza era stata poi rivisitata in alcuni passaggi e infine approvata nella sua forma attuale a settembre. Ma l’iter perché entri in vigore è ancora lungo: la negoziazione della direttiva tra istituzioni europee e Stati membri, nella triangolazione fra Consiglio Europeo, Parlamento e Commissione, potrebbe durare anche un anno. E con le elezioni europee di mezzo, l’effettiva entrata in vigore resta tutta da verificare.
 
Nel documento uscito dall’assemblea plenaria di Strasburgo c’è anche, all’articolo 11 – il più contestato da esperti, associazioni e giuristi insieme al 13 – l’indicazione su come gli editori debbano ricevere compensi ‘consoni ed equi’ per l’uso dei loro materiali da parte dei “fornitori di servizi nella società dell’informazione”, cioè da piattaforme come Facebook o come Google, in particolare il suo aggregatore di notizie Google News, per giunta da pochi mesi rinnovato specialmente nella versione per smartphone. Per l’uso di quelle anteprime, dei titoli e dei sommari così come delle immagini – per così dire, dell’intero pacchetto di anteprima noto come snippet – la direttiva prevede insomma che gli editori ottengano a priori qualcosa in cambio. Al contrario, le piattaforme rispondono che spesso grazie a questo lavoro di organizzazione e collegamento quegli stessi editori che battono cassa portano a casa molto del traffico sui loro siti. E fanno fruttare la pubblicità.
 

Negli ultimi giorni proprio Google è tornata a muoversi. Prima per bocca di Susan Wojcicki, ad di YouTube, che tuttavia ha puntato il dito sull’altro articolo controverso, il tredicesimo. Quello che prescrive una sorta di meccanismo preventivo di verifica su ciò che gli utenti caricano sulle piattaforme, al fine di evitare alla radice la pubblicazione di contenuti protetti dal diritto d’autore. YouTube è già dotata da tempo di un sistema molto sofisticato ed efficace per farlo. Si chiama Content ID. Altre piattaforme no, e per i più critici questa prescrizione prevede, oltre che costi enormi in termini di tecnologie e risorse, anche un filtro che sfiora la censura. Per i sostenitori, invece, è una spinta a sottoscrivere licenze collettive più ampie con case editrici, etichette discografiche e produzioni cinematografiche. Sul blog ufficiale, Wijcicki ha spiegato che se la direttiva venisse applicata così com’è, la piattaforma potrebbe essere costretta a “bloccare” una grandissima fetta dei video presenti sul sito per “evitare di essere perseguita” in base all’art. 13. Figuriamoci cosa accadrebbe alle piattaforme più piccole e meno potenti.

Non solo. Anche Google News, già disattivato in Spagna da quattro anni con perdita secca del traffico sui siti degli editori, potrebbe chiudere in tutta Europa. La link tax – così è stata ribattezzata la prescrizione dell’art. 11 della direttiva europea – potrebbe dunque condurre a una scelta drastica nella quale non si sa esattamente chi potrebbe perderci di più: se gli utenti o gli editori. Senza dubbio non Big G, che certo nell’aggregazione delle notizie non ha il suo business principale. Lo ha spiegato al Guardian Richard Gingras, 66enne vicepresidente delle news di Google, che ha aggiunto come mentre “non sia desiderabile chiudere i servizi” il gigante sia estremamente preoccupato sulle proposte approvate due mesi fa.
 
Al quotidiano britannico Gingras ha spiegato in realtà che se la volontà del gruppo è quella di tenere aperto l’aggregatore di notizie, il futuro di Google News dipende in realtà da se e come le autorità europee saranno disponibili a modificare i passaggi più critici di quel dispositivo in fase di discussione. Insomma, il voto del Parlamento conta poco, occorre capire in che modo la direttiva verrà concretamente applicata: “Non potremo prendere una decisione finché non vedremo la stesura finale” ha spiegato il top manager di Mountain View, che ha ovviamente ricordato il (dal suo punto di vista) non esaltante precedente spagnolo.
 

Nel Paese iberico dal 2014 Google News è stato spento dopo l’approvazione di una legge simile a quanto prevede l’attuale direttiva Ue e la chiusura avrebbe prodotto un sensibile calo del traffico verso i siti di informazione. In quel periodo si consumò un altro braccio di ferro molto duro anche in Germania, con l’editore Axel Springer: “Non vorremmo che lo stesso accadesse in tutta Europa – ha spiegato Gingras ricordando la scelta del 2014 – ciò che vogliamo, al momento, è collaborare con le diverse organizzazioni”. Tradotto: trovare una via di mezzo con gli editori per fare in modo che le eventuali previsioni della direttiva ne escano, quand’anche implementate, già superate dai fatti e dagli accordi specifici. In un rapporto che, fra Google e gli editori, si muove in un continuo bilanciamento di amore e odio, oltre che in un incrocio di interessi fra traffico e pubblicità.
 
Il lavoro di lobbying inizia dunque ora. Anzi, è iniziato nelle scorse settimane dopo che quello sui componenti del Parlamento non sembra aver avuto successo: lo scorso settembre hanno votato affermativamente in 438 contro 226. Google spera di poter influenzare la Commissione europea e i rappresentati dei Paesi membri prima che arrivino a un accordo definitivo. Secondo Gingras, fra l’altro, la link tax potrebbe anche influenzare la concorrenza nel settore: nuovi siti di informazione, privati di un canale tanto efficace e di una ribalta come quella di Google News, potrebbero infatti incontrare non pochi problemi a farsi conoscere e trovare un loro pubblico, perché anche le ricerche generiche via Google risulterebbero impoverite rispetto a quanto accade al momento. “Su Google News non c’è pubblicità, per noi è un servizio alla società”.

Noi non siamo un partito, non cerchiamo consenso, non riceviamo finanziamenti pubblici, ma stiamo in piedi grazie ai lettori che ogni mattina ci comprano in edicola, guardano il nostro sito o si abbonano a Rep:.
Se vi interessa continuare ad ascoltare un’altra campana, magari imperfetta e certi giorni irritante, continuate a farlo con convinzione.

Mario Calabresi
Sostieni il giornalismo
Abbonati a Repubblica


SITO UFFICIALE: http://www.repubblica.it/rss/tecnologia/rss2.0.xml