ROMA – Alcuni sono ancora in braccio alle mamme, altri sono un poco più grandi e camminano, con sguardo incerto, nell’aeroporto di Fiumicino. Sono sbarcati stamani alle 11, insieme ai genitori: 77 profughi siriani. Arrivano dal Libano, grazie ai corridoi umanitari promossi da Comunità di Sant’Egidio, dalla Federazione delle Chiese Evangeliche e dalla Tavola Valdese, in accordo con i ministeri dell’Interno e degli Esteri. “Non sono solo corridoi umanitari: guardando a tanta disumanità nel mondo, li chiamerei ‘corridoi umani'” ha commentato Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, accogliendo i nuovi arrivati.

Aeroporto di Fiumicino, ore 11. Sono gli “ultimi” 77, a conclusione del virtuoso progetto che è riuscito a salvare 2600 persone, tutte accolte in Europa. Assieme ad Impagliazzo, ad accoglierli in aeroporto oggi, anche Paolo Naso per la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese e vari rappresentanti dei ministeri dell’Interno e degli Esteri. Con loro, tanti volontari, con doni e sorrisi e striscioni con scritto “Benvenuti in Italia” ma anche diversi giornalisti, invitati per documentare che una via di accesso legale e sicura, per chi arriva e per chi accoglie, esiste.
 
Il modello Sant’Egidio. I corridoi umanitari hanno unito il nostro Paese, mostrando il volto accogliente della società civile italiana che si è fatta carico del progetto senza pesare economicamente sullo Stato. E’ un modello che fa fiorire la solidarietà, grazie alla generosità di tanti italiani (alcuni hanno anche offerto le loro case per l’ospitalità) e al loro impegno volontario e gratuito. Dal febbraio 2016 circa 2.100 profughi sono arrivati in Italia (più di 1.600 dal Libano, altri 500 dall’Etiopia), oltre ai circa 500 giunti in Francia, Belgio e Andorra.  

Partire con un corridoio umanitario. Significa evitare i viaggi dei profughi con i barconi della morte nel Mediterraneo, contrastare il business degli scafisti e dei trafficanti di persone, concedere un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario, con successiva presentazione della domanda di asilo. “E’ un modo sicuro per tutti, anche per chi accoglie, perché il rilascio dei visti umanitari prevede il necessario controllo da parte delle autorità italiane”, spiega il presidente della Comunità di Sant’Egidio.

Cosa accade dopo l’arrivo. Una volta arrivati in Italia i profughi sono accolti dai promotori del progetto e, in collaborazione con altri partner, vengono ospitati in diverse case e strutture disseminate sul territorio nazionale, secondo il modello dell’“accoglienza diffusa”. Qui viene loro offerta un’integrazione nel tessuto sociale e culturale italiano, attraverso l’apprendimento della lingua italiana, l’iscrizione a scuola dei loro bambini, l’avviamento al lavoro. L’intero processo è totalmente autofinanziato.

La costruzione del modello. Come è nato questo modello? La Comunità Sant’Egidio, di fronte alla tragedia delle morti in mare, si è messa a lavorare sul piano giuridico per trovare un varco nell’articolo 25 del Regolamento (CE) n.810/2009 del 13 luglio 2009 che prevede la possibilità per gli Stati della UE di emettere visti umanitari a territorialità limitata, cioè validi per un singolo paese. Con le Chiese protestanti italiane, e in accordo con i ministeri dell’Interno e degli Esteri, il 15 dicembre 2015 si arrivò alla firma del protocollo per l’apertura dei primi corridoi umanitari: mille visti per altrettanti profughi siriani dai campi del Libano.

I corridoi umanitari hanno fatto scuola in Europa. il modello Sant’Egidio è stato replicato in Francia, Belgio e Andorra e si propongono come un modello replicabile negli Stati dell’area Schengen attuando una sinergia virtuosa tra istituzioni e società civile. A questa intesa è seguito un protocollo con la Conferenza episcopale italiana, firmato il 12 giugno del 2017, per 500 profughi dell’Africa subsahariana (eritrei, somali e sudsudanesi) dai campi dell’Etiopia (entrambi rinnovati, il primo con le Chiese protestanti italiane il 7 novembre 2017 per ulteriori mille visti dal Libano, il secondo, con la Conferenza episcopale italiana, il 3 maggio 2019 per ulteriori seicento visti da Etiopia, Niger e Giordania). Ai corridoi umanitari possono accedere solo le persone in “condizioni di vulnerabilità”: vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità, come i 77 di oggi.  


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