L’ex senatore di Ala Denis Verdini, condannato a luglio dalla Corte d’Appello di Firenze per la bancarotta del Credito cooperativo fiorentino e la truffa sui contributi per l’editoria, “non ha mostrato una effettiva resipiscenza e le somme che risultano essere state da lui versate o restituite al Credito Cooperativo Fiorentino sono assai modeste rispetto ai danni causati, e non tali da dimostrare una volontà di risarcire questi ultimi”. A scriverlo sono i giudici Paola Masi, Giovanni Perini e Angela Maria Fedelino nelle motivazioni della sentenza con cui Verdini è stato condannato a 6 anni e 10 mesi di carcere per il crac della banca di cui era stato presidente per 20 anni, dal 1990 al 2010 e che ha accompagnato la sua ascesa politica e per truffa ai danni della Presidenza del Consiglio a causa dei contributi ricevuti dalle sue società editoriali. Con Verdini sono stati condannati, tra gli altri, anche gli imprenditori Riccardo Fusi e Roberto Barolomei e l’ex deputato di Ala Massimo Parisi.

I giudici in quasi 300 pagine di motivazioni, hanno ripercorso i 34 episodi di bancarotta contestata, e le responsabilità di ciascuno degli imputati Per quanto riguarda Denis Verdini il collegio lo rietiene, in quanto “Presidente dominus assoluto della banca” – si legge – “pienamente a conoscenza delle anomalie delle operazioni contestate”. “Volontariamente – dicono i giudici – ha posto in essere condotte distrattive, consapevole del depauperamento che la banca avrebbe subito”. E per la Corte d’Appello affermare che Verdini non voleva il dissesto della banca nulla toglie alla configurabilità del reato di bancarotta: “Le operazioni di affidamento senza adeguate ed effettive garanzie per il Credito Cooperativo Fiorentino erano conosciute e volute da Verdini – spiega la Corte – nella consapevolezza che esse provocavano un depauperamento per la banca. Che poi lo stesso Verdini in certi momenti si proeccupasse dei mancati rientri oppure che confidasse negli appoggi politici che a quel tempo poteva avere per mantenere a galla la sua banca in qualsiasi frangente – si legge – sono tutte questioni irrilevanti”.

La sentenza poi analizza i rapporti tra l’ex senatore e gli imprenditori Fusi e Bartolomei, ex proprietari del gruppo Btp e principali clienti della banca per cui la Corte ha disposto l’aumento della pena da 5 anni e mezzo a 5 anni e 10 mesi: “Il giudizio non ha chiarito quali fossero gli effettivi rapporti tra Verdini da una parte, Fusi e Bartolomei dall’altra – scrivono i giudici – sono emersi stretti legami ma la loro natura non è stata definita”. Anche in Appello la Corte ha assolto Verdini, Fusi, Bartolomei  dall’accusa di associazione a delinquere, ma con motivazioni diverse dal primo grado: “La Corte non ravvisa con la certezza necessaria per la condanna che tra gli imputati si sia costituito un vincolo associativo stabile ver e proprio, che costituisse qualcosa di diverso e di più rispetto al concorso di persone nel reato continuato. In questo giudizio è mancata la prova di un preciso, preesistente e soprattutto stabile legame tra i tre imputati che andasse oltre il perseguimento dei rispettivi interessi personali”.


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