QUALCHE tempo fa ci aveva provato il governo venezuelano, a crisi economica e umanitaria in corso da molto tempo. Lo scorso anno il dittatore Nicolás Maduro aveva infatti progettato col suo staff l’Ico, cioè l’Initial coin offering, un’offerta pubblica iniziale di una moneta digitale battezzata Petro. Obiettivo: schivare almeno in parte le sanzioni e gli embarghi finanziari internazionali, su tutti quelli statunitensi. Il Petro, che tuttavia si è rivelato un buco nell’acqua, doveva essere garantito “dalle risorse minerarie” del Paese, cioè da petrolio, olio, gas e diamanti. Venne perfino rilasciato un “white paper”, cioè un documento tecnico specifico sulla nuova divisa bolivariana che avrebbe dovuto salvare il Paese dalla maxi-inflazione e dall’estromissione dai mercati internazionali. Si è visto come si sia evoluta la situazione: in una guerra civile ancora più sanguinosa del passato che sta affamando milioni di persone e in un’incertezza politica fra sostenitori di Maduro e del presidente autonominato Juan Guaidó.
 

Cuba vuole una criptovaluta per schivare l'embargo americano

Adesso, in piena ubriacatura da criptovalute (Facebook ha appena svelato la sua Libra, in realtà una “stablecoin” mondiale garantita da una serie di solidi asset finanziari che esordirà nel 2020), anche Cuba sembra voler imboccare questa strada. Lo scopo è sempre lo stesso: cercare un po’ di ossigeno, evitare le sanzioni statunitensi, raccogliere risorse sui mercati finanziari internazionali altrimenti preclusi, favorire le esportazioni di prodotti locali. Anche passando per le vie parallele. In un discorso alla tv pubblica il presidente Miguel Díaz-Canel ha spiegato che il piano servirebbe a raccogliere capitali per sostenere una serie di riforme orientate ad alleggerire l’insostenibile situazione economica dell’isola. D’altronde Venezuela e Cuba sono strettamente legati e la crisi di Caracas ha se possibile complicato ancora di più la claudicante situazione all’Havana.
 

Cuba vuole una criptovaluta per schivare l'embargo americano

Miguel Díaz-Canel

“Stiamo studiando l’uso di una criptovaluta nelle nostre transazioni nazionali e internazionali – ha spiegato alla Reuters il ministro dell’Economia Alejandro Gil Fernandez – e ci stiamo ragionando con un gruppo di accademici”. Probabilmente la ragione di un approccio più pacato rispetto all’arrembante e disperata proposta venezuelana è esattamente evitare i problemi che hanno ucciso in culla il povero Petro: la mancanza di interesse internazionale che ha reso inutile il lancio di una nuova valuta elettronica. Certo è che il ricorso alle divise non convenzionali sembra aver convinto anche altri Paesi colpiti dai provvedimenti americani. Perfino l’Iran, bersaglio di sanzioni che ruotano fondamentalmente intorno alla questione nucleare, è passato per questa strada: lo scorso febbraio, per esempio, quattro istituti finanziari della repubblica islamica (Parsian Bank, Bank Pasargad, Bank Melli Iran e Bank Mellat) hanno rilasciato una criptovaluta garantita dalle riserve auree chiamata PayMon e quotata sul mercato “over the counter” (cioè fuori dai listini borsistici ufficiali, in altre parole mercati non regolamentati) Iran Fara Bourse.
 
Cuba userebbe la criptovaluta per sottrarsi almeno in parte al cosiddetto “bloqueo”, la complessa ragnatela di divieti commerciali, economici e finanziari imposta dagli Usa al Paese dopo la rivoluzione castrista e arricchitasi negli anni – basti pensare alla legge Helms-Burton, che ha appesantito l’isolamento colpendo anche i Paesi che effettuino traffici con l’isola – fino a diventare una vera cortina a 360 gradi. Il blocco va avanti ininterrottamente dal 1962 ed è il più lungo della storia mondiale: educazione, salute, cibo, comunicazioni, servizi di base, infrastrutture. Cuba non può esportare e importare prodotti e servizi da o verso gli Stati Uniti, le è vietato l’uso del dollaro nelle transazioni finanziarie internazionali e le è proibita la raccolta di risorse da istituti americani, loro filiali in Paesi terzi o istituzioni finanziarie globali. Lo scorso aprile Díaz-Canel, al comando dall’anno scorso, aveva accusato l’amministrazione Trump di “una persecuzione finanziaria asfissiante che rende particolarmente difficili le importazioni di beni e risorse di prima necessità”.
 
Tornando alla criptovaluta, rimane ovviamente poco chiaro se gli eredi dei fratelli Castro intendano mettere in piedi un proprio “token” oppure vogliano sfruttare un sistema già esistente, come il celebre bitcoin, tornato per giunta a salire nelle quotazioni delle ultime settimane (secondo gli analisti dovrebbe superare i 20mila dollari entro la fine dell’anno).
 
Stando alle parole di Gil Fernandez, le riforme che sarebbero rese possibili dalla raccolta di risorse grazie alla distribuzione di “token” digitali ruoterebbero intorno alla decentralizzazione delle attività e in qualche maniera a un accenno di liberalizzazione del sistema economico, oltre a una serie di misure di cui beneficerebbe quasi un quarto della popolazione. Fra le più attese, l’aumento di pensioni e salari per i lavoratori della pubblica amministrazione, dei servizi sociali e dei media statali, che porterebbe lo stipendio medio mensile in questi settori fino all’equivalente di  44,5 dollari dai circa 25 attuali.
 
Per il ministro – che evidentemente non dà troppo peso al fallimentare esperimento venezuelano – si tratta di un progetto da tempo in cantiere per il quale si è detto certo che non mancheranno i talenti, nel Paese, in grado di trasformare in realtà l’uso della criptovaluta. Chissà come la chiameranno: dopo il Petro, potrebbe essere il turno del “Che”.

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