MILANO – L’Io esiste. Ma quello delle nuove generazioni non è come le vecchie se lo immaginano. L’Io dei ventenni, quelli della Generazione Z, non ha niente a che vedere con i selfie né i post su Instagram, ha carattere, personalità, e chiede spazi tutti per sé in cui mettersi in gioco, cercando piazze reali, non virtuali, luoghi da riempire di contenuti, senza per forza dover pensare prima a quale forma dargli.

Quella di D Young, l’edizione straordinaria di D la Repubblica in edicola domani è quella – gioco forza – del settimanale di carta, in una forma speciale: non perché è sui giovani, ma perché è fatta da loro. Sono i nativi digitali i protagonisti di D di questa settimana, versione inedita anche nella grafica, ed è a casa loro (in una università) che la “special issue” è stata presentata dal direttore Valeria Palermi, insieme al caporedattore centrale Daniele Bellasio, la fashion director Letizia Schatzinger e la photoeditor Manila Camarini. Ieri alla Statale di Milano, in Sala Lauree, la tesi del giorno più che mai da discutere e dimostrare finiva con un punto interrogativo di fondo, ovvero: “Scommettiamo che la carta è contemporanea? Scommettiamo che può ancora farsi mezzo di informazione per le nuove generazioni?”, questa la sfida lanciata da Palermi (si poteva tradurre: ma il giornalismo di carta è davvero morto?). Le risposte degli studenti del corso in Comunicazione (non a caso) cross-mediale di Scienze politiche, coordinato dal professor Edoardo Fleischner, sono le 236 pagine – con una quarantina di articoli, foto, quattro servizi di moda – di D Young, a dimostrare che no, il giornalismo su carta non è morto.

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Ma sì, ha bisogno anche di reinventarsi e sovvertire le regole, uscire dagli schemi. Cercando meno celebrità e più personalità.

Non è inseguendone il culto che una classe 1998 come Sofia Viscardi (ospite tra le pagine di D Young e ospite anche della presentazione), è riuscita ad aprire una piccola redazione per il suo canale YouTube (si chiama Venti), avere più di 1,5 milioni di follower e creare un nuovo modo di fare comunicazione. Come ha fatto? “Ho osato, mettendo me stessa in gioco, ma anche cercando punti di confronto per dare spazio agli altri”, ha detto in Statale. “Oggi sento che c’è un forte il desiderio di appartenenza da parte dei giovani, e credo che si stia cercando un luogo in cui sentirsi rappresentati”. E la carta – udite – allo scopo va benone.

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Molto più delle storie usa e getta di 15 secondi su Instagram o i post dovuti sui social, “che creano più che altro ansia”, ha aggiunto Sofia. Non è un caso che quello della pressione sociale (intesa quella che proviene dai social) sia un problema patito da chi più di ogni altro li utilizza. Generazione ansia si intitola uno degli articoli di D Young, scritto dal 23enne Matteo Castellucci, sulle troppe scelte offerte dal web. E parlano di anelito alla ricerca di identità anche gli scatti degli studenti dell’Istituto Marangoni, cui è stato chiesto di proporre una copertina per D (è il servizioL’altra cover).

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Perché anche chi oggi scopre l’utilizzo della fotografia per la comunicazione non ha paura di mettersi in gioco, anzi “utilizza la fantasia per riempire i vuoti di memoria e di informazioni”, ha detto Francesco Lévy (autore e soggetto di un lavoro in cui si ritrae nei panni del nonno mai conosciuto). Perché è qui, al confine tra cronaca e vissuto, tra i fatti ed esperienza personale, che si sta preparando il terreno sul giornalismo di domani. E le nuove generazioni, nativi digitali cui il digitale sta stretto, dimostrano di averlo già capito.

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