Seguire Steve Bannon, che era l’uomo-ombra di Donald Trump e che oggi vuol fare lo “stratega dei populisti”, fin dentro alla sua roccaforte, per poi dirgli con aplomb british che “mi pare che lei non sia poi così efficace e influente come vuol far credere alle telecamere: io vedo ad esempio che pochi partiti in Europa vogliono davvero stringere alleanze con lei”. Oppure infiltrarsi con telecamera nascosta nel bar degli xenofobi francesi di “Generation Identitaire”, gli stessi che pensando di non essere ripresi dicono che “ora la violenza è consentita: è un buon momento per noi”; riprenderli uno a uno mentre raccontano i pestaggi agli immigrati, le bravate con gli hooligan, e soprattutto mentre svelano le connessioni (nascoste poi, a telecamera accesa) con il Rassemblement National di Marine Le Pen. Chi può avere tanta sfrontatezza?

Giornalisti – e altri generi di “cani da guardia” del potere: Paul Lewis è il pluripremiato cronista del Guardian che nel 2009 fece chiarezza sulla morte di Ian Tomlinson, sul fatto che era stato pestato a morte dalla polizia, durante le proteste per il G20. Nel documentario intitolato “Steve Bannon”, Lewis stavolta ha braccato l’ideologo nella sede del suo “Movement”, il tentato quartier generale a Bruxelles, messo su per “colpire il vampiro-Europa al cuore con un paletto” (parole di Bannon stesso). E “Louis” invece (nome posticcio) è l’uomo che sotto copertura si è infiltrato al bar degli “identitari”, la Cittadelle a Lille; non è neppure un giornalista, e quando “Generation Hate” – di cui è protagonista – è stato messo in onda da Al Jazeera, gli “identitari” hanno lanciato la caccia all’uomo. I due lavori, “Steve Bannon” e “Generation Hate”, sono nel programma di DIG (Documentari, Inchieste, Giornalismi) in corso a Riccione. Il sovranismo ha conquistato le cronache, e quindi ora inevitabilmente trova spazio nei festival che raccontano le cronache.

“Il punto è che questo è il tema, per noi, oggi” conferma, davanti a un caffè, il capo divisione dei documentari del Guardian, Charles Phillips, la “stella” del settore a 38 anni, oggi nella cittadina romagnola come ospite e membro della giuria. Questo è il tema, e “quesi” sono i Paesi: l’Italia fa capolino in tutti i documentari sull’estrema destra e i sovranisti. In “Steve Bannon” per esempio si vede Giorgia Meloni infastidita dal cronista quando afferma che Bannon vuole “normalizzare” (nel senso di rendere mainstream) i partiti neofascisti: lei, che pochi minuti prima aveva rinnegato i legami col fascismo, ribadisce che “normale ci sono già di mio”. La Gran Bretagna da cui proviene Phillips è pure protagonista, con Brexit e con Nigel Farage. Infatti oltre a “Steve Bannon”, edito nel 2018, un altro documentario di prossima uscita, The Brink di Alison Klayman, ha appena permesso al Guardian di scoperchiare i dialoghi segreti e le connessioni tra il “brexitaro” Farage e l’ex coinquilino della Casa Bianca Bannon. “Mentre Lewis girava il doc su Bannon, Klayman riprendeva Lewis che riprendeva Bannon” racconta Phillips non senza ironia. “E poi ovviamente c’erano gli uomini di Bannon che riprendevano tutto e tutti, specialmente il capo: quell’uomo vuol sempre essere sotto l’attenzione dei media e se provi a inchiodarlo lui tenta di intimidirti o di manipolarti; in verità è un anarchico che non crede in nulla e vuol distruggere tutto, ed è letteralmente ossessionato dalla propria immagine”. Il giudizio così netto del deus ex machina del Guardian è giustificato dalle immagini: il cronista, Paul Lewis, mostra che il drappello dei media al seguito di Bannon “è molto superiore alle attenzioni realmente ricevute sul territorio”; lo nota, e glielo dice pure.

Ma se davvero i media “fanno il gioco” dei populisti di destra (un gioco di riflessi e di amplificazioni), come affrontare il tema senza nutrirlo? Per Charles Phillips la risposta è semplice e primigenia: “La verità. La verità è il criterio: se la usiamo come àncora, avremo più equilibrio tra il peso reale di questi fenomeni e la loro rappresentazione. Non dobbiamo diventare i loro megafoni: il puro clamore fa il loro gioco. Ma quando raccontare i sovranisti serve a portare allo scoperto qualcosa di nuovo, di rilevante per la sfera pubblica, allora quello è giornalismo ed è necessario”. Questa è la chiave dei documentari sull’estrema destra europea che vanno in scena a DIG. James Klenfield, giovane executive producer di Al Jazeera, che incontro assieme a Will Thorne, “producer on the series” della stessa testata, mi dice che il loro obiettivo con “Generation Hate”, l’altro documentario in salsa sovranista, era proprio quello di “svelare l’ipocrisia”. Allenando “Louis” (nome di finzione) a infiltrarsi nel bar degli estremisti di Génération Identitaire, “abbiamo potuto dimostrare le connessioni con il mondo degli hooligan violenti, con le reti neonaziste violente come i Gud, e soprattutto le fitte relazioni con il Rassemblement National di Marine Le Pen”.

James spiega che “nonostante Le Pen in pubblico voglia mostrarsi “pulita e vergine” da questi gruppi xenofobi che fanno assalti violenti, il nostro reportage sotto copertura porta a galla quanto invece i due mondi siano in simbiosi: i piccoli gruppi estremi accettano di rimanere nell’ombra se questo serve alla scalata al potere”. Sì, ma il “potere”, il partito di Le Pen, perché mantiene i rapporti con loro, se è vero come dice Klenfield che “in realtà alle manifestazioni nazionali a Parigi gli “identitari” non arrivano a 300″? Perché “in assenza di una “giovanile” ben strutturata, questi personaggi sono ottimi reclutatori per la loro causa” risponde il producer di Al Jazeera. “Non a caso il bar di Génération Identitaire è una vera e propria vetrina per attrarre commilitoni”. Vetrina che Generation Hate riesce a mostrare bene “nonostante le immagini rubate fossero tremolanti, quasi inguardabili” spiega il collega Will Thorne. “Abbiamo usato il 3D e la grafica per portare lo spettatore nel bar assieme a noi, era la prima volta che usavamo questa tecnica”. Nuovi mezzi, al servizio di un “vecchio” cane da guardia.


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