ROMA – Non c’è nulla di cui stupirsi se il legno di cui sono fatte le panchine viene dal tronco dell’albero della cuccagna. Che esiste eccome. Basta leggere qui sotto, per l’ennesima volta. C’è tuttavia qualcosa in più stavolta. Due tra i cinque allenatori più pagati al mondo, fra ingaggi, accordi commerciali e tutto il resto, fa una cosa rivoluzionaria: non allena. Almeno in questo momento Mourinho e Henry percepiscono salari che basterebbero a risanare quattro nazioni africane e risistemare un paio di statarelli caraibici in difficoltà senza fare assolutamente nulla. A volte al nulla sostituiscono una comparsata televisiva sul cui gettone di presenza a questo punto sarà meglio sorvolare per decenza. Se non troverà casa prima della fine di quest’anno Josè Mourinho, campione ormai alla rovescia, profeta di un calcio invecchiato di corsa come il quadro di Dorian Gray, continuerà a ricevere 31 milioni di euro, parte dei quali dal Manchester United. Metà di questi se li è guadagnati facendo imbestialire mezza squadra, a cominciare da Pogba, che dal canto suo giustificava il proprio stipendio prendendosi delle arrabbiature colossali e rendendo al minimo in campo.

I conti li ha fatti “France Football”. Il caso Henry è abbastanza clamoroso. Al suo confronto, anche Mourinho guadagna una miseria (per la storia personale). Non si sa bene per quale motivo il Monaco aveva deciso non solo di affidarsi a lui, esonerando Jardim per poi riprenderselo, ma addirittura di riconoscergli un compenso annuale da grande allenatore, quale Henry (ancora) non è: 25,5 milioni di euro la cifra che entra in casa Henry. La prova che l’accordo fosse un po’ stravagante lo ha dimostrato la sua tenuta: è durato poche partite. Ma intanto parecchi milioni di euro sono stati pattuiti: una cifra assurda. Sulle stessa lunghezza d’onda l’ingaggio di Fabio Cannavaro (contestatissimo in Cina nel suo ruolo ad interim di ct della nazionale), che dal Guangzhou Evergrande percepisce 15 milioni. E’ lui l’italiano più pagato, prende più di Allegri (13,5) e Ancelotti (12,5), sempre complessivamente parlando. Non ce ne voglia Fabio ma c’è da interrogarsi.

Mourinho è secondo in classifica, Henry terzo. Quinto è Valverde, che si contenta di sfilare dalla tasca del presidente del Barcellona Bartomeu (o degli azionisti del club) una modica somma che unita alle altre entrate arriva a 23 milioni. Però almeno lui si capisce perché l’hanno ingaggiato. Se nella lista Guardiola è quarto, con 24 milioni, c’è comunque qualcosa che non torna. Non si paga la bravura, la bellezza, la genialità e la capacità di costruire concretezza e sogni, bensì la forza contrattuale e la celebrità, spesso sovradimensionata, di un nome. Non ci crederete, ma il più pagato degli allenatori del momento è Diego Simeone. Sostenuto dal suo “cholismo”, il “Cholo” è il marchio non meglio precisato di un prodotto che sfugge a una catalogazione classica.

Malgrado le sue robuste ambiguità, questo marchio ha evidentemente un costo e forse anche un valore (ma costo e valore potrebbero non coincidere): tanto è vero che questo signore, fresco di rinnovo, guadagna 41 milioni all’anno, in cui rientra tutto. Dunque vediamo. Una parte, Simeone, se li merita per essere il più longevo dei grandi tecnici del nostro tempo, cosa ormai rara (guida l’Atletico dal 2011), un’altra è diciamo così giustificata dal modo in cui ha trasformato la cultura del suo club, trascinandolo a finali impensabili sino al decennio scorso. Ma vincendo poi relativamente poco. Rimane il dubbio sull’ultima mazzetta di quattrini: a quanto risulta, Simeone è convinto che gli consenta libertà imbarazzanti, nonché gesti primitivi di cui il calcio moderno, già avvelenato dal mondo che lo circonda, farebbe volentieri a meno. Ma forse pure quello c’era scritto sul contratto.


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