Mentre il presidente Putin incontrava papa Francesco e il premier Conte, ricevendo da entrambi strette di mano, sorrisi, doni e impegni per futuri accordi, tre giudici genovesi assestavano al nuovo zar l’ennesimo schiaffo diplomatico.

La Corte di Appello ha infatti respinto la richiesta di estradizione della Russia contro un architetto 44enne della repubblica caucasica del Daghestan, Rasul Makhmudov Murtazaliyevich. Le ragioni del no riguardano anche questa volta la scarsissima affidabilità dal punto di vista dei diritti umani della Federazione Russa.

Come si legge in sentenza, la Corte ha accolto l’impostazione dei difensori, gli avvocati Andrea Rovere e Mario Iavicoli – ma anche quella del sostituto procuratore generale Enrico Zucca, che si è opposto all’estradizione – secondo i quali con la consegna alla Russia esiste la ” possibilità dell’uso strumentale del procedimento penale nei confronti degli oppositori politici e, soprattutto, nelle Repubbliche del Caucaso settentrionale ed in particolare in quella del Daghestan sono riscontrabili situazioni emblematiche di diffusa violazione dei diritti fondamentali“. I giudici citano, fra gli altri, il rapporto dello scorso agosto della “Commissione delle nazioni unite contro la Tortura”.

Fra gli altri report fatti propri dai giudici anche le dichiarazioni rese dalla giornalista russa Svetova Zoya – più volte sottoposta ad intimidazioni poliziesche – che l’avvocato Rovere con la collega Sabrina Franzone avevano già contattato in occasione della difesa di un altro dissidente russo Mikhail Nekrich ( anche per lui la Corte d’Appello di Genova, nel marzo scorso, aveva negato l’estradizione). Soggetti come Makhmudov, esponente di un’associazione in favore del rispetto dei diritti umani delle repubbliche del Caucaso “in caso di ritorno nel loro paese sono esposti al pericolo reale di pene o trattamenti inumani”.

Dai giudici di Genova un ‘niet’ a Putin Il dissidente non sarà estradato: "In Russia tortura per gli oppositori"

Rasul Makhmudov (foto da Facebook)

L’architetto Makhmudov da ieri è un uomo libero. Era stato arrestato a febbraio a Bordighera sulla base di un ordine di cattura dell’interpol. Sanremo, l’estremo ponente ligure e la vicina Montecarlo sono zone molto frequentate sia dai russi fedeli a Putin che da quelli che appartengono al vasto e variegato mondo dei suoi oppositori. Makhmudov ha chiesto asilo alla Francia dopo che in Russia era stato minacciato di morte , come ha raccontato lui stesso, da uomini armati.

L’architetto e immobiliarista è al centro dell’ennesimo intreccio giudiziario affaristico dai contorni non sempre chiari. Polizia e magistratura russa lo accusano di istigazione e soprattutto di estorsione ai danni di un ricco imprenditore, Belikov.

Secondo l’accusa, Makhmudov avrebbe ingaggiato alcuni uomini per minacciare Belikov su richiesta dell’avvocato Akulov. Questi voleva ottenere dal minacciato “la somma di 25.000.000 di dollari, che lo stesso aveva rifiutato di corrispondere all’Akulov che la pretendeva come asserito corrispettivo di una consulenza legale fittizia”.

Nella requisitoria lo stesso pg Zucca ha sottolineato come gli elementi di prova siano soprattutto legati alle dichiarazioni di altri due uomini già arrestati e detenuti, come manchino dichiarazioni di altri soggetti o altra documentazione investigativa, a iniziare da carte che dimostrino l’avvenuto pagamento e ancora altri elementi che facciano emergere rapporti di conoscenza fra i presunti correi (e negati da Makhmudov).

La procura generale sottolinea anche la “singolarità della presenza fra le fonti incriminanti delle dichiarazioni del coniuge dell’estradando, tuttora convivente”.

Le conclusioni del pg però, nonostante i dubbi, non sfociano in una censura del quadro accusatorio formulato dalle autorità russe. Il punto centrale è, invece, l’assenza di garanzie che fornisce la Federazione Russa ad una persona come Makhmudov che non è solo un oppositore di Putin ma anche un finanziatore delle iniziative di Aleksey Navalny, attivista politico e blogger nonché vera spina nel fianco del presidente russo.
 

Sempre nella sentenza dei giudici Vincenzo Papillo, Mauro Amisano e Vito Ferraro ci sono altri passaggi che inchiodano la Russia a pesanti responsabilità sul fronte dei diritti.

Un dossier del marzo di quest’anno del Comitato europeo per la prevenzione della tortura citato dal pg Zucca segnala inoltre che, nel Daghestan e nelle altre repubbliche del nord Caucaso, ” il ricorso alla tortura o altre forme di maltrattamenti risulta essere una ordinaria eventualità… dirette ad ottenere confessioni…violenze e minacce nei confronti dei famigliari di soggetti detenuti o arrestati…”.

Il Comitato contro la tortura aveva sollecitato alle autorità russe anche interventi a fronte dei ” numerosi casi di molestie, rapimenti, detenzioni arbitrarie, maltrattamenti ed anche omicidi di difensori di diritti umani, avvocati giornalisti. Tutti casi in cui le denunce di azioni nei confronti di tali persone non sono state adeguatamente investigate consentendo l’impunità agli autori”.


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