Daphne Caruana Galizia è morta gradualmente. Prima del tritolo ci sono stati la diffamazione, poi la delegittimazione, infine l’isolamento. È così che spesso le voci critiche vengono annientate. Era la tecnica usata con i dissidenti anche da Mussolini, che il 1° giugno 1924 inviò un telegramma al prefetto di Torino raccomandandosi di tenere la massima attenzione a Piero Gobetti per “rendere nuovamente difficile vita a questo insulso oppositore di governo e fascismo”. Rendere la vita difficile agli oppositori. E’ la regola eterna d’ogni potere. Ne parlo con i figli di Daphne, Matthew, Andrew e Paul. Non hanno mai rilasciato un’intervista tutti e tre insieme prima d’ora: è come se si fossero divisi il compito e la responsabilità di parlare della madre, di approfondire la storia che ha portato all’assassinio di Daphne. Tre ragazzi intorno ai trent’anni, ognuno con le proprie individualità e le proprie esperienze, che hanno scelto carriere molto diverse tra loro e vivono ormai anche in Paesi diversi. Incontrandoli insieme, però, trovo tre fratelli estremamente affiatati: dal modo in cui parlano, si sorridono e si intendono, si comprende che la malta che li tiene così uniti non è il dolore, ma la loro fratellanza – nel suo significato etimologico più profondo – che permette loro di affrontare insieme questo dolore.

Matthew, il più grande, è stato la prima persona a precipitarsi sul luogo dell’esplosione il 16 ottobre 2017. Gli chiedo di raccontarmi quel giorno.

Matthew: “Quella mattina, a un certo punto, mia madre ha ricevuto una telefonata e ha detto che doveva andare a un appuntamento, un appuntamento in banca. L’ho sentita uscire e dirigersi verso l’auto. Ma, dopo uno, forse due minuti, l’ho sentita rientrare in casa. Aveva dimenticato il libretto degli assegni. Ha preso il libretto e ricordo che è uscita. Ricordo il rumore dei suoi passi mentre si allontanava. Ho sentito la portiera dell’auto che si chiudeva. E poi quando ha messo in moto ed è partita. E non molto tempo dopo, saranno stati al massimo trenta secondi, ho sentito l’esplosione e sono saltato dalla sedia, perché ho capito subito cos’era quel boato. Sono uscito, mi sono messo a correre, finché non sono arrivato proprio sulla scena. Tutto ciò che ricordo è che ero completamente solo, non c’era nessun altro intorno a me, c’era soltanto il rumore degli alberi che bruciavano e il rumore del fuoco attorno a una gigantesca colonna di fumo. Ma l’auto non c’era, io non la vedevo. Cioè, c’erano pezzi dell’auto sparsi sul terreno, ma non riuscivo a vedere altro. Poi ho guardato la colonna di fumo, l’ho seguita fino alla base, e ai piedi di quella torre ho visto una palla di fuoco. Solo allora ho capito che era quella l’automobile. Era accaduto qualcosa alla vernice, come se si fosse sciolta, i pochi pezzi che intravedevo tra le fiamme sembravano bianchi… L’auto che mia madre aveva a noleggio era grigio scuro. E mentre correvo attorno alla macchina cercando di capire cosa fare, ho visto le prime due lettere della targa e ho pensato: “No, non può essere quella di un altro, non può essere, è proprio la macchina di mia madre”. Ho guardato nel finestrino, ma ho visto solo fuoco, non c’era altro. Era stranissimo, mi aspettavo di vedere qualcosa, invece non c’era nulla, solo fiamme e fuoco. Sembrava una scena di guerra, non solo per il fuoco, ma per come l’omicidio era stato pianificato, per come era stato messo in atto. La guerra si era materializzata all’improvviso. Mi sentivo completamente impotente, non c’era nulla che potessi fare. La sensazione più brutta che abbia mai provato, quella di essere del tutto impotente”.

Il mio pensiero costante, conoscendo la vita sotto la minaccia di una condanna a morte, è capire se la fine ha raggiunto progressivamente quella persona, togliendole giorno per giorno un pezzo di vita, o se è arrivata all’improvviso, in una fase di serenità in cui credeva di aver aggirato il pericolo, in un momento in cui pensava di dover subire ormai soltanto attacchi politici, non attacchi fisici, militari. Per questo, chiedo se qualcuno di loro avesse mai contemplato la possibilità di un attentato del genere. E le loro risposte mostrano tutta la fragilità dell’essere umano di fronte a una situazione di questo tipo.

Andrew: “L’abbiamo sempre considerata una possibilità, ma poi ti convinci che non è così: cose del genere non erano mai accadute a Malta, non avevamo elementi per temere che potesse succedere davvero, ma in realtà non volevamo accettare questa possibilità. Eravamo convinti che ai suoi avversari bastasse cercare di rovinarla economicamente, di rovinarci la vita in altri modi. Nostra madre era anche oggetto di un’imponente indagine da parte del fisco, quindi a quel punto, francamente, erano così vicini al loro obiettivo, rovinarla economicamente, che ucciderla sembrava quasi superfluo, perché non era praticamente più necessario visto che erano già riusciti a emarginarla e a distruggere ogni possibile forma di sostegno pubblico. Ma ovviamente, col senno di poi, l’escalation fino alla conclusione appare evidente”.

Paul: “Tutti noi siamo cresciuti convinti che, prima o poi, questione di tempo, sarebbe successo qualcosa di brutto, perché avevamo già subìto attacchi incendiari, allarmi bomba, minacce di morte. Nostro padre veniva perseguitato per ritorsione, per ciò che scriveva nostra madre, noi tre siamo stati presi di mira. Insomma, abbiamo sempre pensato che potesse accadere qualcosa, ma è un pensiero che rifiuti, dentro di te, perché è troppo terrificante”.

Matthew: “E in ogni caso, come si fa a tenersi pronti? Smetti di guidare l’auto? Non esci più? Vai in giro con un giubbotto antiproiettile? Ti porti la pistola? Cosa fai? Come ti regoli?”

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Daphne era stata la prima giornalista a scrivere di politica a Malta senza usare uno pseudonimo. Le sue inchieste affrontavano il tema della corruzione – aveva acceso una luce costante su società offshore riconducibili a politici maltesi, sul programma di vendita della cittadinanza, sugli appalti per l’approvvigionamento di gas – ed erano arrivate a coinvolgere anche i vertici del governo maltese. Negli anni, aveva subito minacce di ogni genere: da messaggi intimidatori ad attentati incendiari, all’uccisione dei suoi cani sulla soglia di casa. In un sistema democratico, quando un giornalista viene minacciato, quando un intellettuale rischia la vita per ciò che sostiene, lo Stato lo mette sotto protezione. La protezione è un apparato di sicurezza con cui lo Stato protegge un elemento fondante della sua democrazia, cioè la libertà di espressione. Quindi, difendere una persona a rischio significa ribadire che si è disposti a difendere la libertà d’espressione. Ma nel caso di Daphne, si era realizzato quel pericoloso cortocircuito per cui le istituzioni che erano chiamate a difenderla erano le stesse che lei aveva messo sotto accusa nelle sue inchieste e che, quindi, da lei si sentivano minacciate. Daphne era un obiettivo facile perché era isolata, e a creare questo isolamento avevano contribuito le istituzioni stesse, come spiegano i suoi figli.

Paul: “Il problema di nostra madre è stato sempre non avere nessuno a cui rivolgersi. Per quasi tutta la sua carriera, ma soprattutto negli ultimi 4 anni, quelle autorità, nate proprio per proteggere persone come mia madre – e i cittadini, in generale – da questo tipo di minacce, sono state tra i suoi principali persecutori. La polizia, ad esempio, più di una volta l’ha accusata ingiustamente di cose che non esistevano, anche semplici multe per divieto di sosta, o per eccesso di velocità, che poi alla fine, in tribunale, si rivelavano tutte infondate. Però, comunque, la sensazione era che non avesse nessuno, che fosse completamente sola. Sono state adottate delle misure di sicurezza simboliche, come mettere un unico poliziotto davanti alla nostra casa nel periodo delle elezioni, quando il clima diventava particolarmente teso, ma questo non garantiva una protezione completa. Ora, dopo che lei è stata uccisa, ci sono dei poliziotti di guardia davanti alla nostra casa, quindi mio padre vive sotto la protezione della polizia. Ma questo non ci conforta, non ci rassicura”.

Andrew: “Una delle forme di protezione più efficaci per i giornalisti è che le autorità prendano sul serio le notizie che essi diffondono. E abbiamo osservato questo fenomeno non solo a Malta, ma anche in Slovacchia, nei Balcani occidentali, dove la peggiore minaccia per i giornalisti, spesso, è il fatto che la polizia non indaghi sui casi che loro denunciano. Questo genera un clima di impunità, dove i criminali possono risolversi il problema da soli, prendendo di mira direttamente i giornalisti”.

Andrew descrive benissimo la dinamica attuale per cui attaccare il giornalista, per i governi, significa risolvere il problema che il giornalista denuncia. Cancella chi ne parla e avrai cancellato il problema stesso. Questo è l’effetto della mediatizzazione totale dei fatti: se un fatto non viene raccontato non esiste, quindi basta isolare chi lo racconta, screditarlo e, di conseguenza, annientarlo. Uno dei modi che i politici maltesi utilizzavano per screditare Daphne era quello di minacciare pubblicamente di toglierle anche quella minima protezione che le avevano affidato. La scorta di Daphne Caruana Galizia era diventata tema di dibattito in Parlamento.

Matthew: “Certi membri del Parlamento consideravano la protezione una sorta di status symbol, che non volevano che nostra madre avesse. A loro avviso, secondo me, la protezione, in un certo senso, legittimava la sua figura, ciò che lei rappresentava. Quindi, se fossero riusciti a negargliela, l’avrebbero anche delegittimata, il che corrispondeva esattamente al loro obiettivo finale. Anche questa, in realtà, era una forma di vessazione, perché esporre una giornalista al giudizio del Parlamento e dell’opinione pubblica costituiva una forma di aggressione che non accade in una normale democrazia. C’erano interrogazioni parlamentari, del tipo: ‘Il ministro degli Interni può rendere noto quanto denaro viene speso per la protezione di Daphne Caruana Galizia?’ E facevano queste domande anche nei momenti in cui mia madre non godeva della protezione della polizia, quindi soltanto per dare l’impressione che lo Stato stesse ancora spendendo denaro per proteggerla, per una misura che non meritava”.

Andrew: “Da parte dei politici, l’argomento veniva spesso esposto in questi termini: ‘Perché lo Stato dovrebbe pagare per proteggere chi critica lo Stato? Dovrebbe ringraziarlo, lo Stato!’ Quindi, la protezione non era considerata un diritto, ma un favore concesso dallo Stato, un favore di cui certi cittadini ingrati non dovrebbero beneficiare”.

È una tesi semplice e molto diffusa quella di cui parla Andrew: se critichi lo Stato, se critichi il tuo Paese, poi non puoi godere della sua protezione. Una tesi molto pericolosa, perché conduce inevitabilmente al ricatto “se la vuoi, devi essere grato allo Stato”, e questo è un pensiero tutt’altro che democratico. Mettere in discussione pubblicamente la necessità della protezione – e ridurla a un mero dibattito sui soldi – aveva come effetto quello di portare l’opinione pubblica a mettere in discussione l’oggetto stesso della protezione: Daphne, la bontà del suo lavoro, la veridicità delle sue parole. La delegittimazione e il conseguente isolamento sono sempre stati l’anticamera di ogni esecuzione. Ha sempre funzionato così. Daphne veniva chiamata “la strega” – da politici, giornalisti e dalla gente comune – era accusata di infangare il proprio Paese per il suo tornaconto personale. E la delegittimazione non l’ha abbandonata nemmeno ora che non c’è più.

Paul: “Tutte le persone su cui lei ha investigato ora hanno dato avvio a un processo di cancellazione della sua memoria e di delegittimazione del suo lavoro. Queste persone ora affermano che il suo omicidio è stato semplicemente opera di una banda criminale e che, curiosamente, non ha nulla a che vedere con l’oggetto del suo lavoro, cioè la corruzione ai livelli più alti del governo e dello Stato maltese. Stanno cercando di dissociare totalmente il suo lavoro da tutte le sue implicazioni politiche”.

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Per allontanare l’idea che Daphne sia stata uccisa per il suo lavoro, per le sue inchieste, è stata messa in giro anche la voce che suo marito Peter avesse un’amante, una relazione extraconiugale, e che quindi potesse avere un movente per l’omicidio. Un modo per cercare di liquidare l’assassinio di una giornalista che dava fastidio come un affare di corna, in perfetto stile mafioso. Da Giancarlo Siani a Pippo Fava, da don Peppe Diana a Rocco Chinnici, le organizzazioni criminali, dopo averli uccisi, hanno cercato di diffondere la voce che fossero stati eliminati per questioni sessuali, per la vendetta di mariti oltraggiati o come conseguenza di torbide relazioni. Lo stesso hanno fatto con Daphne, che in vita era stata trasformata in un capro espiatorio nazionale: era come se i problemi di Malta esistessero per colpa sua, che ne parlava in quanto nemica del Paese. È così che veniva additata.

Ovviamente, io ho un’idea totalmente diversa, cioè che Daphne amasse Malta, ed è proprio per questo che ne portava alla luce le contraddizioni. Era una voce critica, e poteva permettersi di esserlo anche perché scriveva su un suo blog indipendente, Running Commentary, che era tra i siti di informazione più letti di Malta. Un particolare mi ha molto colpito: Daphne riusciva a finanziare il lavoro per il blog grazie ai ricavi di un mensile dedicato al giardinaggio e alla cucina, Taste&Flair, che lei stessa dirigeva. Questo potrebbe sembrare un settore molto distante dai temi impegnati delle sue inchieste, ma in realtà è come se il blog e la rivista fossero due declinazioni di un unico obiettivo: provare a migliorare le cose, provare a renderle più belle.

Oltre a delegittimarla, hanno tentato di distruggere anche la sua autonomia economica. Molte delle persone oggetto delle sue inchieste l’avevano querelata per diffamazione e, in un caso, un ministro aveva anche chiesto e ottenuto che le fossero congelati preventivamente i conti correnti. Quando uscì di casa la mattina di quel 16 ottobre, stava andando proprio in banca con il libretto di assegni di suo marito, su cui doveva fare affidamento anche per le minime spese quotidiane, visto che non poteva accedere ai suoi soldi. Daphne aveva 47 cause in corso, tra civili e penali e, nonostante la sua morte, 34 di queste le sono sopravvissute e ora sono i suoi familiari che devono farsene carico.

Matthew, Andrew e Paul, fin da bambini, hanno sopportato calunnie, minacce alla loro famiglia, attentati alla loro casa, fino a vivere la tragedia più grande che si possa sperimentare: l’assassinio della propria madre. Per questo crimine non hanno ancora ottenuto giustizia: a più di un anno di distanza, solo tre persone sono state arrestate con l’accusa di essere gli esecutori materiali dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia, ma i mandanti, coloro che hanno deciso e voluto la sua morte, rimangono ancora sconosciuti. Tutti e tre i ragazzi hanno lasciato il loro Paese, la loro famiglia e sono dovuti andare a vivere all’estero, perché è questo che è stato loro consigliato dopo l’omicidio della madre. Come accadeva a Daphne, anche loro oggi vengono spesso accusati di essere nemici di Malta, solo perché con la loro testimonianza ogni giorno ricordano al mondo che Daphne è stata uccisa in un Paese europeo per le sue parole. Eppure, nonostante tutto, quando faccio una domanda su un loro eventuale futuro a Malta, mi rispondono:

Paul: “Una parte di te ovviamente vuole andarsene e dimenticare la tua terra per sempre, soprattutto da quando è legata a un evento traumatico, ma c’è anche un’altra parte che dice ‘perché mai dovresti rinunciare? Perché dovresti lasciarla a loro?’ So che anche nostra madre la vedeva così. È un po’ troppo facile dire: ‘Il Paese ormai è perduto, dimentichiamolo e voltiamo pagina'”.

Matthew: “Il nostro Paese, è cambiato radicalmente. La società in cui noi siamo cresciuti era completamente diversa. Io, però, voglio continuare a sperare che sia possibile tornare indietro, che sia possibile curare questa società. È malata, è distrutta, ma può essere curata. Forse non basterà una sola generazione…ma alla fine guarirà”.


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