Per il signor David Lind, svedese di 39 anni, il problema non è tifare Tottenham: il problema è chiamarsi Tottenham. Come se un ragazzo di Ferrara, sobillato, chiedesse di chiamarsi Spal o un fan di Gasperini, stremato d’amore, decidesse di cambiare il proprio nome di battesimo in Atalanta (se è saggio potrebbe limitarsi ad aggiungere un “middle name”). Sembrano matti. Forse lo sono. Forse lo siamo pure noi che ne raccontiamo la storia. Ma succede anche questo nel calcio di oggi, con le sue cadenze ormai ossessive. Passi che un musicista finlandese dedichi un poemetto sinfonico all’Everton. Lind non ha fatto tutto da solo. In Svezia esiste un concorso, una specie di “Rischiatutto” del pallone internazionale. I primi tre classificati possono chiedere di cambiare il loro nome con quello di una squadra inglese. Solo inglese. Se chiedi di chiamarti Tre Penne (squadra di San Marino) ti arrestano. Lind è arrivato sul podio e ha chiesto di diventare il signor David “Tottenham” Lind. Sognava che tutto potesse avvenire prima della finale di Champions. Ora ci pensa un po’ meno. Ma il progetto rimane. Ed è curioso e insieme allarmante.

L’autorità in carica, la Skatteverket, si è riunita in gran consiglio per decidere le sorti di Lind. Dopo qualche settimana, con il futuro Tottenham che cuoceva sui carboni ardenti, abbracciato a una bandiera degli Spurs (la sua coperta di Linus), è giunto il responso: non si può. Mentre lui già immaginava di scendere in strada al mattino, nella sua Kumla, entrare al bar e sentirsi salutare con un “Buongiorno Tottenham!”, il sistema, cattivo, respingeva le sue fantasie. “E’ veramente triste che non abbiano accolto la mia richiesta”, ha detto alla stampa svedese l’uomo che voleva chiamarsi Tottenham, “in Svezia ti puoi chiamare nei modi più strani, un mio conoscente si chiama Patata (a Roma ne incontri a decine chi si chiamano “Er Patata”, ma questo Lind non può saperlo…), però non puoi chiamarti Tottenham, che non sarebbe tanto più strano se ti chiamassi Arsenal o Newcastle”. O, aggiungiamo noi, Guiseley.

E adesso cos’è Guiseley? E’ solo un altro tassello di quest’assurdo mosaico. Per irrobustire la sua domanda Lind ha effettuato delle ricerche. E ha scoperto che anni fa un tizio, certo Jacob Ahman-Dahlin, aveva aggiunto un “Guiseley” al proprio nome. Il Guiseley è una squadra di semi-professionisti che milita in National League North, ossia nel sesto livello del calcio inglese. Quali potranno mai essere i legami tra la Svezia e il Guiseley? Uno. Quel tipo là. Lind è dunque arrivato tardi. Nel 2017, con il concorso ancora attivo, l’anagrafe svedese ha varato alcune restrizioni sul cambio di nome o sull’aggiunta di un secondo nome proprio sulla carta d’identità. Perché stava diventando una mezza barzelletta. Circolavano liberi personaggi che voltavano la testa se uno esclamava, pensando ad altro, “Fulham!”, “Watford!”, “Wimbledon!”, “Arsenal!”. Ad uno non poteva scappare un “Liverpool” sulla metro che quattro persone rispondevano: “Eccomi!”. C’è da ridere o da preoccuparsi? Fate voi. La patologia ha riguardato anche una squadra svedese, anche se per vie tortuose. Hanno calcolato che almeno 60 persone, in Svezia, si chiamano Bajen, che è il soprannome della squadra dell’Hammarby. Domanda: ma restare Björn tifando Chelsea, senza spaventare moglie e figli perché decidi di farti chiamare Chelsea dal giorno alla notte, proprio non si può?
 


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