I ministeri delle Infrastrutture e della Difesa non solo devono risarcire gli eredi del titolare della compagnia Itavia per il dissesto finanziario al quale andò incontro dopo il disastro aereo di Ustica, ma deve versare di più dei 265 milioni di euro già stabiliti dalla Corte d’appello di Roma. Perchè è da risarcire anche il danno subìto dalla compagnia costretta alla cessazione definitiva dell’attività di volo.

E’ il  nuovo verdetto con cui la terza sezione civile della Corte di Cassazione ha confermato la sentenza della scorsa primavera che ha condannato i due ministeri al risarcimento della compagnia aerea, respingendo i ricorsi presentati dallo Stato e accogliendo quello della società che chiedeva il pagamento di ulteriori danni.

Le sezioni unite della Cassazione avevano già accolto il verdetto dei giudici d’appello di Roma che, dopo una lunghissima battaglia giudiziaria, hanno individuat la hanno individuato la causa del disastro aereo che il 27 giugno del 1980 costò la vita ad 81 persone “nell’esplosione esterna dovuta a missile lanciato da altro aereo”.
I due ministeri sono stati riconosciuti colpevoli dell’omesso controllo della situazione di rischio venutasi a creare nei cieli di Ustica dove, evidentemente, quella sera aerei militari non autorizzati e non identificati incrociarono l’aerovia assegnata al volo Itavia.

Se i ministeri “avessero adottato le condotte loro imposte dagli specifici obblighi di legge, l’evento non si sarebbe verificato”, osserva la Corte, poichè “attraverso un’adeguata sorveglianza della situazione dei cieli sarebbe stato possibile percepire la presenza di altri aerei lungo la rotta del Dc9 e, quindi, adottare misure idonee a prevenire l’incidente, ad esempio non autorizzando il decollo, assegnando altra rotta, avvertendo il pilota della necessità di cambiare rotta o di atterrare onde sottrarsi ai pericoli connessi alla presenza di aerei militari o, infine, intercettando l’aereo ostile con aerei militari italiani”.
 


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Mario Calabresi
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