Joe Pistone conserva intatta la sua fibra. Un agente dell’Fbi che è riuscito a trasformarsi in un membro della famiglia mafiosa Bonanno di New York per sei anni. Nessuno ci era riuscito prima, nessuno ci è riuscito dopo. La storia di Joe Pistone — o meglio di Donnie Brasco, questo il suo nome da mafioso — diventa leggendaria quando viene raccontata nel film di Mike Newell con Al Pacino e Johnny Depp. Le polizie oggi raramente infiltrano agenti, ormai usano informatori, cioè criminali che forniscono informazioni su attività illecite, o hanno a disposizione le dichiarazioni dei pentiti. Per quel che ne sappiamo, non è mai più accaduto che un poliziotto sia riuscito a inserirsi in un’organizzazione mafiosa e a viverla quotidianamente per così tanto tempo. Joe Pistone è riuscito a farcela grazie a doti straordinarie che in un infiltrato non possono mancare, prima fra tutte la pazienza. Proprio così. Siamo abituati a pensare al lavoro dell’agente dell’Fbi come a un lavoro d’azione, ma, se si vuole penetrare nel mondo criminale e nei suoi meccanismi, non si può pensare di farlo giocando a sembrare un gangster stretto tra nervi e ambizione. Non appena metti piede in un’organizzazione, o anche solo se ti avvicini a essa, chi ne fa parte vuole sapere tutto di te. Per questo, a Joe non bastava avere un nome nuovo con cui presentarsi ai mafiosi, ma gli serviva una nuova vita.

Joe Pistone: «La mafia americana vuole sapere da dove vieni, chi è la tua famiglia, se sei sposato, se sei divorziato, se hai figli…e se racconti una qualsiasi di queste cose dovrai poter presentare qualcuno, dovrai portare una madre, un padre, una moglie, una ex moglie, dei figli. E se racconti che sono morti, ti chiederanno: “Dov’è la tomba?” Allora stabilimmo che ero un orfano, cresciuto in orfanotrofio fino ai 15 anni, che non avevo mai conosciuto i miei genitori e, per quanto io sapessi, che non avevo parenti. E l’orfanotrofio che scegliemmo era uno in particolare che corrispondeva a un’epoca compatibile con la mia età e che era stato distrutto da un incendio, per cui tutti i registri erano ridotti in cenere, quindi non avrei mai potuto andarci per recuperare i documenti. Così, quando finalmente mi infiltrai, raccontai questo, che ero un orfano».

Joe venne scelto dall’Fbi per infiltrarsi nella mafia newyorkese perché italo-americano. Famiglia di origini per metà siciliane e per metà calabresi, Pistone era cresciuto in un quartiere a prevalenza italiana nel New Jersey degli anni Cinquanta, territorio in cui in quegli anni spadroneggiava la famiglia mafiosa dei Genovese, che controllava il gioco d’azzardo e il contrabbando di merce rubata.

Joe Pistone: «Fui scelto essenzialmente perché avevo un buon “senso della strada”, una certa intelligenza da strada. Ero cresciuto proprio in quel contesto, frequentavo sempre il quartiere e mi integravo bene, tranquillamente, con la gente di strada, con ladri e delinquenti, anche per il modo in cui mi rapportavo ai criminali che abitavano nella mia zona: non li guardavo né con ammirazione né dall’alto in basso, per me erano dei criminali, punto, e non c’entravano nulla con me».

Per tutti i formatori di poliziotti del pianeta, Joe Pistone è circondato da un’aura mitologica, per cui girano su di lui storie che spesso sembrano rispondere alla leggenda più che alla realtà. Come il fatto che non sudasse mai e non avesse mai ansia, nemmeno nelle situazioni più rischiose.

Joe Pistone: «È vero, non sono mai andato in ansia. E credo che la ragione stia nel fatto che non mi sforzavo di agire come pensavo che agissero i gangster. Ero semplicemente me stesso. Io non divento nervoso sotto pressione. Mi sono trovato in situazioni in cui, se non avessi dato le risposte giuste al momento giusto, avrei potuto essere ucciso».

Ai tempi dell’operazione di Pistone, la mafia italo-americana era in assoluto la più potente organizzazione criminale degli Stati Uniti. Pur chiamandosi Cosa nostra, aveva fuso in una tutte le diverse organizzazioni italiane e non includeva solo siciliani, ma affiliati di diverse regioni: criminali calabresi, campani, pugliesi, abruzzesi, lucani… Ciò che rendeva Cosa nostra in America molto più forte rispetto alle altre mafie erano le regole, dalle più serie alle più banali.

Joe Pistone: «Per esempio, a quell’epoca, nella mafia americana, la sera volevano vederti vestito bene: un bel paio di pantaloni, una bella camicia e, quando poi arrivava l’inverno, una bella giacca. Sostanzialmente volevano che fossi in ordine, volevano che mantenessi quell’aria da persona distinta, regolare e pulita. Non ti permettevano i capelli lunghi o il codino, dovevi avere un’acconciatura normale. Non potevi avere nessun tipo di barba. All’inizio della mia missione da infiltrato avevo i baffi folti. Quando arrivai al punto di farmi accettare, mi dissero: “Donnie, devi raderti i baffi”. Ora, se non osservi queste regole, ti uccidono? No. Ma dimostri una mancanza di rispetto. Se ti scoprono a rubare denaro alla famiglia, ti uccidono. Non diventare mai un informatore, non parlare mai coi poliziotti, non parlare mai con un Gran giurì: “Se lo scopriamo, ti ammazziamo”. Ecco, queste regole servono a tenere le persone in riga. Loro le infrangono? Certo. E pagano con la vita? Sì».

Joe aveva perfettamente compreso le regole della famiglia mafiosa in cui stava per entrare, ma lui aveva già una famiglia: una moglie e tre figlie, che ovviamente non sapevano nulla dei dettagli della missione che lo tenne lontano da casa giorno e notte per sei anni, salvo le brevi visite una volta ogni sei mesi. Anche loro, in un certo senso, erano state addestrate: a chiunque chiedesse notizie del marito o del padre, dovevano rispondere che faceva il rappresentante e che era sempre via per lavoro. Quando la missione finì, non fu facile per Joe rientrare in famiglia: si sentiva un estraneo, era mancato troppo a lungo dalla quotidianità di quelle figlie che aveva lasciato bambine e ritrovò adolescenti. Aveva perso compleanni, feste di Natale, saggi di danza, diplomi. Come c’era voluto tempo per entrare nella vita di Donnie Brasco, ci volle tempo per tornare in quella di Joe Pistone.

Ma nonostante tutto, quando chiedo a Joe se ne è valsa la pena, se lo rifarebbe, è l’uomo dello Stato, orgoglioso del suo lavoro, a rispondere: «Lo rifarei per il risultato. Quell’operazione ha spezzato la schiena alla mafia americana. L’organizzazione criminale più importante del Paese ridotta a uno dei tanti gruppi criminali degli Stati Uniti. Cioè abbiamo messo tutti i boss mafiosi in prigione, quindi… Lo rifarei? Sì».


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