Alla terza notte senza sonno, con i naufraghi sempre più irrequieti e disperati, a bordo della Mare Jonio è ormai chiaro che le parole chiave di questa crisi di governo – “discontinuità” e “nuovo umanesimo” – sono solamente fumo negli occhi, o comunque niente di abbastanza concreto per garantire un trattamento dignitoso ai 34 sopravvissuti del naufragio del loro gommone (sei morti), mercoledì scorso davanti alle coste libiche. E così, visto che la politica appare impotente – nonostante il nuovo peso assunto dal Pd – dal ponte di comando si è deciso di passare la parola ai legali: poche ore fa, con una mail di fuoco, Mediterranea ha dunque formalmente diffidato il comando generale delle Capitanerie di porto, preannunciando una denuncia penale per omissione d’atti d’ufficio.

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L’accusa è chiara e circostanziata: Mrcc Roma (il maritime rescue coordination center italiano, l’ente preposto a coordinare i soccorsi a mare delle navi battenti bandiera nazionale) pur essendo stata avvisata immediatamente, non ha mai preso formalmente in carico la gestione di questo evento Sar (search and rescue) né ha mai assegnato alla Mare Jonio un porto sicuro. E questo anche se, in una mail, si sia impegnato a sollecitare in tal senso le autorità italiane competenti.

“Con la presente – scrive il ponte di comando di Mare Jonio – si torna a rappresentare che a bordo della nave Mare Jonio si trovano ancora 34 delle persone soccorse in data 28 agosto”. Tutti gli  ospiti, si legge nella mail, sono stati torturati in Libia e il medico di  bordo ha riscontrato comuni “sindromi depressive legate al loro tragico vissuto, all’esperienza della morte di sei compagni di viaggio e all’attuale situazione di incertezza e di sospensione del diritto”, insomma, ci sono tutti “gli estremi del trattamento inumano e degradante.

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Sin qui la ricostruzione. Poi la diffida. Che comincia riassumendo l’ultima sentenza del Gip di Agrigento nella vicenda Open Arms.  Il coordinamento delle operazioni di salvataggio – ha scritto il giudice – ricade “sullo Stato che per primo ha ricevuto notizia di persone in pericolo fino a quando il RCC competente per l’area non abbia accettato tale responsabilità”, nel caso specifico, dunque, senza dubbio l’Italia.  Sempre il gip ha inoltre ribadito che “l’obbligo di salvataggio delle vite in mare costituisce un dovere degli Stati e prevale sulle norme e sugli accordi bilaterali” di qualsiasi tipo. “Le convenzioni internazionali in materia cui l’Italia ha aderito – ha scritto il Gip – costituiscono infatti, un limite alla potestà legislativa dello Stato ai sensi degli artt. 10, 11 e 117 della Costituzione e non possono, pertanto, costituire oggetto di deroga da parte di valutazioni discrezionali dell’Autorità Politica, ponendosi su un piano gerarchico sovraordinato rispetto alla fonte primaria”.

Non è un caso che la procura di Agrigento abbia aperto un procedimento penale a carico di pubblici ufficiali al momento ignoti, per il reato d’omissione di atti d’ufficio. L’accusa nei confronti di questi pubblici ufficiali è proprio quella di non aver assegnato un porto sicuro alla Open Arms e di non aver adottato “tutti i provvedimenti volti alla salvaguardia di beni di primaria importanza”.

Come ad esempio la vita e la dignità delle persone a bordo della Mare Jonio, che si trovano in questo momento in una situazione drammatica. Continua a mancare l’acqua di lavanda – quella per l’igiene degli impianti e delle persone, costrette a lavarsi con le bottiglie di acqua minerale – e i casi di scabbia si stanno moltiplicando. Da 72 ore, continua il ponte di comando, il Centro di coordinamento ha scritto di aver inoltrato alle “autorità italiane competenti” la domanda di un porto sicuro. “Da allora, nonostante le reiterate richieste, non ci è pervenuta nessuna ulteriore notizia a riguardo. Torniamo pertanto a chiedere che ci venga assegnato un POS con urgenza, affinché le persone a bordo siano messe in sicurezza e non si aggravi ulteriormente lo stato di compressione dei loro diritti fondamentali, con particolare riferimento alla loro salute fisica e psichica, riservandoci di adire tutte le vie legali per la tutela delle loro e delle nostre prerogative”.


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