Sono le 18 del 31 luglio 1954, sessantacinque anni fa, il sole è già basso all’orizzonte. Lassù, a 8611 metri, sulla piccozza sventola la bandiera italiana. Lino Lacedelli e Achille Compagnoni sono i primi uomini a pestare la neve della vetta del K2. Ad aver raggiunto il punto culminante di un ottomila, fino a quel giorno, sono stati solo quattro alpinisti: i francesi Herzog e Lachenal nel 1950 sull’Annapurna e gli inglesi – in realtà il neozelandese Edmund Hillary e l’indiano-nepalese Tenzing Norgay – nel 1953 sull’Everest, la cima più alta della Terra.

Il K2 è la seconda, gli italiani la corteggiano almeno dal 1909, quando il Duca degli Abruzzi la tenta senza successo, ma già nel 1714 il gesuita pistoiese Ippolito Desideri passa da queste parti nel suo viaggio verso il Tibet. Ci sono però ragioni più pragmaticamente economiche dietro il permesso concesso dal neonato governo pakistano. Diviso dall’India nel 1947, bisognoso di aiuti internazionali, prende al volo la proposta del governo di Roma – Andreotti era un giovanissimo sottosegretario del governo De Gasperi e sicuramente ci mette del suo – che promette vigorose collaborazioni nella costruzione delle dighe, necessarie a un Paese che sta cercando di mettersi in piedi sulle sue gambe, in cambio di un occhio di riguardo per l’ascensione al K2. L’accordo è fatto, le insistenti richieste americane non vengono tenute in gran conto – il Pakistan, come l’India, si è appena scrollato di dosso la colonizzazione inglese e vuole evitare probabilmente nuovi ingombranti alleati – e la meravigliosa piramide che domina il Baltoro diventa la “montagna degli italiani”.

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E’ una grande salita, quella compiuta dalla spedizione nazionale. Lo è nonostante le polemiche che si trascinano fino a oggi e che non finiranno forse mai. Il gruppo scelto da Ardito Desio è fortissimo e determinato e – anche se l’esclusione di due fuoriclasse come Riccardo Cassin e Cesare Maestri per inesistenti problemi medici rimane un’ingiustizia – la vittoria non è dovuta a pura fortuna. Gli undici alpinisti si meritano completamente la seconda vetta della Terra. E’ vero che l’epopea delle grandi montagne extraeuropee è cominciata a fine Ottocento, che l’attrezzatura del 1954 si ispira per la massima parte a quella usata dagli inglesi l’anno precedente sull’Everest, ma l’ascensione di un ottomila rimane all’epoca un’impresa tutta da inventare. E il K2 è comunque uno dei più difficili – oltre che incomparabilmente il più bello – nella collana dei quattordici giganti.

Resta, nella memoria dei più, l’eco delle polemiche di Walter Bonatti, il più giovane tra i partecipanti, forse il più forte, quello che di sicuro sarebbe potuto arrivare in vetta, se Desio glielo avesse permesso. Senza il suo aiuto, senza le bombole portate da lui e Mahdi fino in prossimità del nono campo per l’assalto finale, Lacedelli e Compagnoni non sarebbero arrivati in vetta. E nel libro della spedizione, La conquista del K2, quel merito non gli viene riconosciuto. Polemiche giustissime, proseguite con pervicacia per decine di anni, infine accolte dal Cai che rivede la ricostruzione della salita prima sulla rivista ufficiale dell’associazione e su un catalogo del Museo della Montagna di Torino a opera di Roberto Mantovani, nella ricorrenza del quarantennale (1994), poi definitivamente nel 2007 con la pubblicazione di Una storia finita. Dove i “tre saggi” incaricati dal Club alpino, Fosco Maraini, Alberto Monticone e Luigi Zanzi, riscrivono gli ultimi giorni della salita, ridando a Bonatti quel che è di Bonatti. Forse eccedendo anche, senza tenere conto ad esempio della lunga intervista di Lino Lacedelli a Giovanni Cenacchi in cui l’alpinista cortinese ammette che, sì, molte cose scritte da Ardito Desio non corrispondono al vero. Ma continua a rivendicare le affermazioni sue e di Compagnoni sulle bombole di ossigeno, che sarebbero terminate prima dell’arrivo in vetta e non dopo.

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Non che le prime salite dei quattordici ottomila, le altre, siano state esenti da polemiche anche clamorose. Devono passare cinquant’anni prima che la verità sull’Annapurna dei francesi venga a galla, con la correzione di molte delle affermazioni di Maurice Herzog, diventato poi un politico di primo piano. E il Nanga Parbat vinto nel 1954 da Hermann Buhl con una cavalcata solitaria porta con sé uno strascico di contese senza fine che si rinnovano quando, vent’anni dopo, lassù arrivano i fratelli Messner. L'”aria sottile” evidentemente spinge al nervosismo.

Che cosa è cambiato sul K2 sessantacinque anni dopo? La “montagna degli italiani” conferma il suo essere un osso duro per chiunque anche oggi, ai tempi delle spedizioni commerciali, che la stringono d’assedio con le corde fisse e con 20-30mila euro ti portano in cima. Ci provano, almeno, ché quest’anno ad esempio dei quasi 180 aspiranti alla vetta non è arrivato su nessuno – come scrive Agostino Da Polenza, “summiteer” nel 1983 dallo spigolo nord, sul sito specializzato montagna.tv – fino al 24 luglio quando l’ha raggiunta il superman nepalese Nirmal Purja, nella sua corsa per salire tutti gli ottomila in un solo anno (finora gliene sono riusciti undici). C’è un dato comunque che ancora una volta dimostra la grandezza della spedizione italiana del 1954. Nonostante ci abbiano provato in tanti, la seconda vittoria sulla montagna arriva solo nel 1977 ad opera di una gigantesca spedizione giapponese con cinquantadue componenti, ventitré anni dopo quella bandierina sventolata in vetta, alle 18 del 31 luglio.


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