Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, lo ripete ogni volta che può: “La Open Arms poteva andare in Spagna”, Paese di cui batte bandiera. In realtà la nave, che da 17 giorni si trova in mare ed è ora a un passo dal porto di Lampedusa, in Spagna non sarebbe potuta sbarcare.

Il primo impedimento è la politica spagnola sui soccorsi. Madrid ha tolto l’autorizzazione alla Open Arms a svolgere attività di ricerca e soccorso già sei mesi fa. Questo perché il governo spagnolo, attraverso la sua guardia costiera, si fa carico di salvare e portare a terra i migranti che cercano di raggiungere l’Europa attraverso la rotta occidentale. Quest’anno la Spagna ha già salvato e accolto 15.000 migranti, un numero cinque volte maggiore rispetto a quelli accolti dall’Italia. Inoltre, quando Madrid ha tolto l’autorizzazione alle attività della Open Arms ha motivato il provvedimento (e le multe fino a un milione di euro che comminerebbe in caso di inosservanza) come reazione alla chiusura dei porti italiani.

La Spagna, di fatto, ha voluto mandare un segnale all’Italia ma soprattutto alla Ue, per ribadire che accoglie molte più persone rispetto all’Italia e che non intende farsi carico delle persone sulla rotta del Mediterraneo centrale, perché già impegnata su quella occidentale. Madrid vuole sottolineare inoltre che il meccanismo di suddivisione europea dei migranti non è mai stato applicato alla rotta spagnola, perciò si rifiuta di dover pensare anche alle persone che vanno verso l’Italia.

E qui veniamo al secondo impedimento: una cosa è certa, mentre migliaia di persone muoiono nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e altre centinaia sono lasciate in condizioni insostenibili al largo di Lampedusa in attesa di uno sbarco, una soluzione condivisa europea è assai lontana. Ancora, Salvini ha detto più volte che ci sono città europee disposte ad accogliere i migranti. Il punto è che offerte come quelle di Valencia e Barcellona nel caso della Open Arms, o della tedesca Rottenburg nel caso della Sea Watch 3, cadono nel vuoto se non c’è il via libera delle autorità statali competenti, cioè dei governi nazionali.

Venerdì scorso, in piena crisi Open Arms, sei Paesi europei (Spagna, Germania, Francia, Portogallo, Lussemburgo e Romania) hanno dato la loro disponibilità ad accogliere le persone bloccate a bordo della nave della ong spagnala. A nessuna di queste “disponibilità” è seguita però la necessaria richiesta per la redistribuzione di migranti. Questo perché il Paese richiedente diventerebbe automaticamente “Paese di base” e dovrebbe farsi carico della prima accoglienza. Tale onere è assai temuto, perché in passato una volta accolti i migranti la loro ricollocazione dal “Paese di base” ad altre nazioni è avvenuta in media soltanto per il 50 per cento.


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Carlo Verdelli
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