Lui che ama i classici e il latino, forse direbbe “nomen omen”: perché davvero Emanuele Dotto è dotto. Ora se ne va in pensione con quella voce piena di giochi di parole, armonia e ironia, ultimo di una linea dinastica del calcio radiofonico che comincia con Nicolò Carosio per proseguire con Ameri, Ciotti, Bortoluzzi, con l’indimenticabile Provenzali, e arrivare a Riccardo Cucchi e, appunto, Emanuele Dotto. I patriarchi di un sogno leggero come l’aria, profondo come le emozioni più vere.
Hai pianto, domenica 2 giugno, al microfono del Giro: era l’ultima telecronaca.
“Perché esco da un giardino incantato dove ho raccolto fiori per 39 anni e mezzo”.
Emanuele, cos’è la radio? Cosa c’è dentro la scatola?
“E’ fantasia, è raccontare, è Manzoni, è De Roberto. E’ immaginare, è lasciarsi guidare. Io ho provato a far capire agli altri un mondo guardato con gli occhi di un bambino”.
E il giornalismo, Emanuele, cos’è?
“Un privilegio e un dovere sociale. Un servizio e un godimento senza fine. Quanti musei mi ha fatto visitare, e pure gratis! Non dimenticare che sono genovese…”
Come cominciò?
“Non avevamo la televisione, mio padre aveva capito con notevole anticipo sul Grande Fratello o Barbara D’Urso che la tivù può rendere abbastanza stupidi: e dire che quella televisione, rispetto a oggi, era la Treccani. Dunque, in casa la radio era sempre accesa: per Gran Varietà con Dorelli, per la musica da ballo, i concerti sul terzo canale, la santa messa, i radiodrammi, le commedie di Eduardo e Govi, i radiogiornali e naturalmente Tutto il calcio”.
Finché non ti hanno dato un microfono e un paio di cuffie da astronauta.
“Ero stato al Corriere Mercantile e al Giornale di Montanelli, e nell’80 venni assunto dalla Rai, sede regionale della Liguria. Da lì, in fondo periferia, ho cominciato a girare il mondo. Diciamo che mi considero un evaso”.
E’ anche una bellissima storia familiare. Tuo fratello Matteo è una colonna dello sport Mediaset.
“Più piccolo di dodici anni, lo portavo in giro nei servizi e lui telefonava i tabellini dell’Ausonia Basket al giornale: l’ho svezzato così. Siamo figli di ferroviere. Diciamo che Matteo, caporedattore e uomo-macchina, è un capostazione mentre io ho fatto parte del personale viaggiante”.
Da Dotto a Dotto, passando per il terzo, che fratello non è: Giancarlo.
“Oh, qui ho una gag divertente da raccontare. Eravamo in albergo ad Amsterdam per un Ajax-Milan e mi arrivavano strane telefonate di attori, teatri, registi. A un certo punto mi chiamò persino Carmelo Bene per farmi una scenata. In quel mentre, Giancarlo riceveva gli squilli di Massimo De Luca che gli chiedeva della radiocronaca. Insomma, al centralino avevano scambiato i due Dotto”.
Quando si va in pensione bisogna ricordare i maestri.
“Oggi Brera sarebbe una lingua straniera. L’Arcimatto era lento nel parlare, era pacato eppure modernissimo. Ma che pubblico potrebbero mai avere oggi sui social Arpino, Montanelli, Enzo Biagi e Giuanbrerafucarlo? Viviamo tempi che esaltano chi non sa assolutamente nulla e lo ostenta, lo urla e talvolta così arriva pure in Parlamento”.
Un pallone, le bici, le parole per dirlo, e noi di qua dai diffusori ad ascoltare. E poi?
“Vorrei parlarvi de ‘I Bari di Caravaggio’ che andai a cercare al Kimbell Art Museum di Fort Worth, tradendo per qualche ora la nazionale di calcio. Oppure de ‘La cattura di Cristo’, è sempre un Caravaggio, che ammirai a Dublino dopo una volata vinta da Kittel: il traguardo di quella tappa del Giro era proprio davanti alla National Gallery of Ireland. Se vai a Siena, non puoi non vedere l’Assedio di Montemassi dipinto da Guidoriccio da Fogliano, se sei a Ravenna e ti perdi l’Abbazia di Pomposa vuol dire che sprechi un match-point”.
Come si fa a essere così forbiti in una radiocronaca da Marassi o dal Cibali?
“Basta aver fatto il classico e amare la nostra meravigliosa lingua: non è pedanteria ma rispetto. Siamo figli di un’irripetibile storia di parole, nei Promessi Sposi c’è già tutto ma proprio tutto”.
Emanuele, hai 67 anni, sei una voce amica di tanta gente e sembri ancora un bambino.
“Voglio morire a cent’anni facendo il giornalista”.

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