È come se la guerra non fosse finita mai. È come se l’eco sinistra dei siluri tornasse drammaticamente d’attualità. È come se si sentissero le grida concitate del comandante ai suoi ufficiali sulla plancia di comando per tentare di porre rimedio alle falle. È come se si percepissero le urla strazianti dei feriti. Ogni volta che la Marina Militare individua il relitto di un’unità affondata da qualche parte è un rincorrersi di immagini, di fatti, di foto, di storie. Lo è anche per l’incrociatore “Giovanni delle Bande Nere”, individuato dalla nostra Marina al largo di Stromboli, 11 miglia nautiche a sud dell’isola, ad una profondità compresa fra i 1460 e i 1730 metri.

Lo ha scovato il cacciamine “Vieste”, grazie all’impiego di sofisticate attrezzature subacquee impiegate per il controllo dei fondali e delle infrastrutture strategiche e grazie alla professionalità degli specialisti del Comando delle Forze di Contromisure Mine. L’incrociatore leggero della Regia Marina fu affondato dal sommergibile britannico “h.M.S. Urge” l’1 aprile del 1942. Erano passati undici anni esatti dal suo varo, avvenuto l’1 aprile del 1931. La nave era reduce dalla battaglia della Sirte dove aveva colpito senza affondarlo l’incrociatore britannico “Cleopatra”. I danni subiti per il maltempo durante la traversata costrinsero l’equipaggio a riparare nel porto di Messina. Da lì, scortato dal cacciatorpediniere “Aviere” e dalla torpediniera “Libra”, l’incrociatore si mosse in direzione di La Spezia dove però non arrivò mai.

Quattro anni prima l’unità navale, di stanza proprio a Palermo insieme al gemello di classe “Colleoni”, era stata impiegato nella guerra civile spagnola, per il trasporto di uomini e armi, poi allo scoppio della guerra era servita come appoggio per l’invasione dell’Albania. Impostato nei cantieri di Castellammare di Stabia nel 1928, varato due anni dopo e completato nel 1931, l’incrociatore era lungo 169,3 metri e aveva un dislocamento di di 6950 tonnellate a pieno carico. Sei caldaie Ansaldo alimentavano due turbine, per una potenza totale di 95mila cavalli vapore e una velocità di 36 nodi. Armata con 14 cannoni per la difesa antiaerea e antisilurante, la nave disponeva anche di dieci mitragliere e quattro tubi lanciasiluri. Sul ponte anche due idro ricognitori aerei Imam Ro 43 che venivano lanciati in mare con l’ausilio di una catapulta.

Splendeva il sole la mattina dell’1 aprile 1942. La nave procedeva tranquilla, la sua livrea mimetica avrebbe dovuto rendere più difficile l’identificazione a distanza, quando un leggero velo di foschia fra mare e cielo può rendere incerta la visione anche alla più esperta della vedette. Ma a nulla valse la veste mimetica dell’incrociatore perché fu l’insidioso e subdolo nemico sottomarino a colpirlo.

Uno può provare a immaginare a immaginarsela la vita a bordo, quella mattina, ma si fa prima a leggere le testimonianze di qualche sopravvissuto come quella pubblicata sul blog http://conlapelleappesaaunchiodo.blogspot.com che fa la storia di questa nave e documenta persino le fasi del tragico affondamento. «Alle nove del mattino – ricorda il sopravvissuto Paolo Puglisi – scocca l’ora di colazione: di solito un panino con la mortadella o il provolone». Ma proprio in quel frangente il guardiamarina Antonucci, di scorta aerea, intravide l’origine di tre scie di siluri. Venivano da quasi cinque chilometri dalla nave, ma lui era convinto che fossero molto più vicine. Troppo tardi comunque per provare una manovra distorsiva. La nave fu colpita nella “zona 7” , quella delle caldaie 5 e 6.

Andò via la corrente elettrica, e il comandante Ludovico Sitta ordinò il fermo macchine, anche perché la situazione non sembrava irreparabile; ma poco dopo un altro siluro spezzò in due lo scafo e al comandante non restò che decidere l’abbandono della nave. L’acqua, infatti, aveva invaso diversi compartimenti. Il tempo però fu tiranno e i marinai non riuscirono a calare zattere a sufficienza. Così molti uomini annegarono.

Dei 772 uomini imbarcati se ne salvarono 391. I superstiti raccontarono che i due tronconi della nave si richiusero: «Prua e poppa, emergendo dal mare quasi verticalmente, si richiusero su loro stesse come un libro, infilandosi in acqua verso il centro». Il comandante riuscì a salvarsi gettandosi in mare insieme ad alcuni marinai quando l’ala di plancia fu a tre metri dall’acqua. Non gli riuscì di vedere il troncone di prua che si inabissò pochi secondi dopo: avevano gli occhi accecati dalla nafta. Dal momento del primo siluro andato a segno all’inabissamento erano passati appena tre minuti. Tre minuti che avevano provocato l’apocalisse.

Ci furono episodi di eroismo e grande attaccamento alla divisa. Il capo meccanico di terza classe Lino Giambastiani, di Lucca, preferì rimare al suo posto a contenere le perdite di acqua e vapore, insieme ad altri marinai. Il sottotenente di vascello Franco Rigutini, palermitano, rimase al suo posto e si diede da fare per organizzare i soccorsi, ma poi, stremato, annegò. Ed anche il comandante in seconda, il capitano di fregata veneziano Vittorio Racanelli si prodigò per salvare l’unità e i suoi marinai. Storie di coraggio e ardimento che riemergono dalle cronache di guerra come riemergono dal mare le immagini del relitto, incrostate di molluschi e abitate da pesci.


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