UN’INCHIESTA forte, che mette insieme tutte le timidezze, le impreparazioni e le pressioni lobbistiche dei massimi vertici di Facebook alle prese con i due scandali principali degli ultimi due anni abbondanti: le interferenze russe sulla campagna elettorale statunitense del 2016 e la sottrazione dei dati di milioni di utenti da parte della società Cambridge Analytica. Il New York Times, con un lavoro che ha coinvolto oltre 50 diverse fonti fra politici americani, membri dei loro staff, dipendenti attuali e passati del social, dirigenti della piattaforma e persone informate dei fatti, ha ricostruito il complicato dietro le quinte fra la Silicon Valley e Capitol Hill a Washington D.C., le scelte e gli atteggiamenti della durissima Sheryl Sandberg, direttrice operativa del gruppo, dell’ex capo della sicurezza Alex Stamos e del grande capo Mark Zuckerberg, che esce fragilissimo dal dipinto del quotidiano della Grande Mela. “Ritardare, negare e depistare” s’intitola, non a caso, l’inchiesta. Vediamo cosa ne esce di essenziale.
 
•LE INTROMISSIONI RUSSE
I movimenti di account collegati ad agenzie e servizi russi erano stati individuati da Facebook fin dalla primavera del 2016. E mesi dopo il team della sicurezza allora guidato da Alex Stamos – uscito la scorsa estate dal gruppo – aveva monitorato il traffico delle informazioni trafugate col furto delle conversazioni e-mail di diversi esponenti del Partito democratico e di Hillary Clinton, che alcune utenze russe offrivano ai reporter Usa proprio tramite il social. Stamos avrebbe informato con colpevole ritardo i vertici della società inimicandosi Sheryl Sandberg (e non solo la Coo): solo nel dicembre 2016, dopo che Zuckerberg aveva pubblicamente sostenuto che Facebook non avesse responsabilità nella vittoria di Donald Trump, il cda del gruppo avrebbe infatti avuto piena contezza dell’infezione in corso. Tuttavia mentre Stamos avrebbe voluto uscire allo scoperto e dichiarare pubblicamente quanto individuato, il resto del top management non la pensava allo stesso modo. Il capo della sicurezza avrebbe infatti ricevuto in diverse occasioni l’ordine di annacquare e rendere meno specifiche le proprie comunicazioni, come i post sui blog dedicati di Facebook, e quelle del gruppo d’indagine creato ad hoc e battezzato Project Propaganda. A opporsi, in particolare, Sandberg e Joel Kaplan, vice presidente delle global public policy arruolato anni prima dalla stessa direttrice operativa. Le prime ammissioni, quelle sui 100mila dollari spesi fin dal 2015 da soggetti russi in pubblicità sulla piattaforma, sarebbero arrivate solo il 6 settembre 2017, a oltre un anno dalle prime evidenze. Insomma, Facebook sapeva, da poco dopo l’elezione di Trump e nel caso di Stamos da mesi prima, delle malefatte russe sui suoi sistemi.
 
•LA GESTIONE DELLE CRISI
Se Zuckerberg nel 2017 è impegnato nel suo giro d’America che ricorda una lunga campagna elettorale, Sheryl Sandberg è al contrario in trincea. Divisa fra Menlo Park e Washington D.C. in una lunga e spietata campagna di lobbying. Un lavoro senza esclusione di colpi per contenere i danni delle crisi che stanno esplodendo in casa. Tre sembrano le strategie: creare situazioni e condizioni negative a scapito di altri colossi hi-tech concorrenti come Apple e Google, sondare continuamente deputati di entrambi gli schieramenti disponibili a sostenere Facebook o a indebolire certi pericolosi provvedimenti legislativi in fase di elaborazione (come l’Honest Ads Act prima osteggiato e poi, per convenienza, appoggiato qualche mese più tardi), tallonare personalmente deputati e senatori anche portandosi in casa personaggi a loro vicini in passato.
 
L’ultimo punto non rappresenta poi una grande novità. Basti pensare alla posizione del senatore Chuck Schumer, il più finanziato dai dipendenti di Facebook e non a caso pronto a dare una mano al momento del bisogno, per esempio confrontandosi con il collega democratico Mark Warner. Questi è fra i più acerrimi oppositori di Facebook e promotore del già citato Honest Ads Act, un disegno di legge al Senato per la trasparenza delle campagne pubblicitarie online specificamente dedicato a evitare che soggetti ed entità non statunitensi possano intromettersi con azioni e fondi dedicati nelle campagne elettorali digitali.
 
Ciò che è nuovo è la strategia utilizzata per imporsi al Campidoglio e per spostare l’attenzione su altri concorrenti. Sandberg non esita infatti a ingaggiare una società di consulenza e lobbying: dall’ottobre 2017 il gruppo californiano si serve del lavoro della Definers Public Affairs, compagnia fondata da ex politici e lobbisti legati alle amministrazioni repubblicane e specializzata nell’applicazione di strategie politiche alle pubbliche relazioni aziendali. Tanto per fare un esempio, a tirare le fila in Silicon Valley arriva Tim Miller, ex portavoce di Jeb Bush nonché ex direttore del potente comitato elettorale America Rising, specializzato in dossieraggio contro democratici e ambientalisti. Definers mette rapidamente in moto una massiccia macchina propagandistica producendo contenuti contro Google e Apple rilanciati dal sito Ntk Network, non particolarmente potente ma spesso ripreso dalla galassia delle piattaforme di destra come Breitbart. Il tentativo è dunque sparigliare le carte, coinvolgere nelle polemiche anche le altre società sperando di spostare l’attenzione. Curioso e significativo della controversa personalità di Mark Zuckerberg e della sua relazione con omologhi di altri grandi gruppi è un episodio della fine di marzo, seguente l’esplosione dello scandalo Cambridge Analytica. In un’intervista Tim Cook, ceo di Apple, spiega che la Mela “non invaderà la vita delle persone e che la privacy è un diritto umano e una libertà civile”. In tutta risposta Zuck ordina all’intero management di usare solo dispositivi Android, boicottando Apple.

•IL ”COMPLOTTO” DI SOROS
Non solo. Per conto di Facebook, Definers avrebbe anche confezionato un documento che collegava l’88enne finanziere ungherese naturalizzato statunitense, George Soros, ai gruppi anti-Facebook. Insomma, una società di consulenza di destra avrebbe prodotto per Facebook bufale sui presunti finanziamenti dell’investitore e filantropo di origini ebraiche, uomo nero dei conservatori e dell’estrema destra di mezzo mondo e bersaglio in tutto il pianeta dei più assortiti complottismi e dietrologismi solo per il suo sostegno a cause liberali e democratiche. Il bersaglio, d’altronde, era perfetto: in un discorso al World Economic Forum del gennaio scorso Soros aveva per esempio attaccato sia Facebook che Google, descrivendo le loro attività come una “minaccia monopolista” e le due compagnie responsabili di manipolare l’attenzione e prive “della volontà e dell’inclinazione a proteggere la società dalla conseguenza delle loro azioni”.
 
Definers spinse giornalisti e reporter ad approfondire i collegamenti finanziari fra la famiglia e gli enti filantropici di Soros con i gruppi raccolti sotto la sigla “Freedom from Facebook”, una coalizione di sinistra e pro-consumatori fra i quali figura anche Color of Change, un’organizzazione per la giustizia, e un’altra in cui era coinvolto uno dei figli di Soros. Un portavoce della Open Society Foundation, la potente fondazione dell’anziano finanziere, ha smentito finanziamenti diretti all’alleanza o a qualsiasi altra iniziativa anti-Facebook ma ha confermato quelli alle due associazioni che ne facevano parte.
 
•LO SCANDALO CAMBRIDGE ANALYTICA
Informati a marzo 2018 dal Times, che insieme ai quotidiani Observer e Guardian aveva condotto un’inchiesta sulla società britannica Cambridge Analytica e sull’uso dei dati raccolti tramite un quiz sul social per profilare utenti ed elettori statunitensi, Zuckerberg e Sandberg pensano di poter gestire e contenere la situazione e scelgono di anticipare lo scandalo, bruciando lo scoop delle testate. La loro strategia è del tutto sballata e il caso esplode in tutto il mondo. Paradossalmente, mentre le intromissioni russe si sono trasformate nei mesi in una sfida fra democratici e repubblicani, il caso Cambridge Analytica finisce col compattare i rappresentanti di entrambi gli schieramenti dalla stessa parte. Dando il via a una serie di audizioni al Congresso Usa per le quali, rivela l’inchiesta, prima Zuckerberg e poi Sandberg vengono preparati a menadito. Tanto da rischiare che il fondatore, come in effetti ha dato l’impressione di essere, potesse uscirne quasi assente e “robotico” nelle risposte e nei suoi atteggiamenti. Il resto è cronaca recente.


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Mario Calabresi
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