ROMA – “La foto può contenere un uomo e una barba” o, ancora, “la foto può contenere una pianta e un cielo stellato”. Durante il blackout social di ieri in tanti hanno visto comparire sulle proprie bacheche dei box grigi accompagnati da brevi descrizioni del genere, al posto delle immagini. Si tratta delle etichette stabilite dall’intelligenza artificiale di Menlo Park che è in grado di analizzare il contenuto di ogni foto postata sulle reti sociali di Mark Zuckerberg. Può valutare i soggetti, gli oggetti e gli scenari che sono immortalati, per poi affibbiargli dei cosiddetti tag. 

Una tecnologia sviluppata per i non vedenti

“Questo è il modo in cui la nostra vita appare a un computer”, ha scritto The Verge, sito specializzato in tecnologia e uno dei primi a rilanciare la curiosità che molti utenti hanno segnalato su Twitter durante il disservizio. Un sistema che, in realtà, viene utilizzato almeno dal lontano 2016. La tecnologia, sviluppata dal gruppo di Menlo Park che si occupa di migliorare l’accessibilità al social, ha l’obiettivo di fornire un’esperienza migliore a non vedenti o ipovedenti.

Facebook, il down svela come l'intelligenza artificiale analizza tutte le foto postate sui social

La maggior parte di loro naviga su internet grazie a dei software che sono in grado di leggere gli elementi visualizzati sullo schermo. Facile, fino a che si stratta di un testo. Ma in una internet social, sempre più dominata dalle immagini, questo compito è diventato arduo. Ed ecco che, almeno sulle reti di Mark Zuckerberg, entra in gioco l’intelligenza artificiale. Degli algoritmi che riconoscono quanto probabilmente contenuto nella foto e possono, poi, mettere una descrizione a disposizione dei programmi usati da non vedenti e ipovedenti.

I metadati e la privacy

Tutto molto utile. The Verge, però, solleva due problemi. Il primo è che non si sa se lo stesso sistema venga sfruttato per la pubblicità mirata. Il secondo è relativo alla privacy degli utenti, molti inconsapevoli della quantità di informazioni che è possibile estrarre da un’immagine. Una questione che, quando pubblichiamo un contenuto fotografico sui social, dovremmo tenere ben presente insieme al fatto che per allenare i propri algoritmi a riconoscere le immagini Menlo Park utilizza le nostre stesse foto: per esempio nel 2018, durante la conferenza annuale dedicata agli sviluppatori, il social rivelò di avere dato in pasto ai propri sistemi di intelligenza artificiale 3,5 miliardi di immagini caricate dagli utenti su Instagram, utilizzando hashatag. Già nel 2017 uno sviluppatore aveva provato a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, mettendo a disposizione di tutti un’estensione di Chrome che svela questi tag.

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Lo stesso risultato, per altro, si può ottenere disabilitando le immagini sul browser. 

Alex Stamos, ex Facebook e ora ricercatore dello Stanford Internet Observatory, non ci vede nulla di male: “Se una compagnia ha una tua foto, ha i dati che sono in essa contenuti”, scrive su Twitter. E attacca The Verge, scrivendo che la testata dovrebbe vergognarsi nel provare a creare un piccolo scoop, senza tener conto che il sistema migliora leggermente la vita ai non vedenti. Rimane il fatto che, a giudicare dai commenti postati su Twitter, in tanti non conoscevano la tecnologia. 

L’ultimo blackout: lavori in corso sulle 3 app

Almeno fino a ieri, quando il malfunzionamento di ieri ha messo il retroscena sotto gli occhi di tutti. Il blackout è solo l’ultimo di una lunga serie che sta preoccupando anche gli investitori. Nello specifico, stavolta il disservizio ha coinvolto soprattuto Europa e Stati Uniti e ha comportato problemi nel caricamento e nel download delle immagini. Stando a quanto appreso da Repubblica, una fonte interna al social network ha legato quanto successo a problemi con la CDN, cioè l’infrastruttura di distribuzione dei contenuti. Ma, come al solito, c’è poca trasparenza in queste occasioni.

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