Diciotto isole, un intero arcipelago che costituisce (quasi) uno stato, chiuso per manutenzione. Accadrà, nell’ultimo weekend d’aprile – tra il 26 e il 28 per l’esattezza – nelle splendide Isole Faroe, esempio forse unico al mondo di eden oceanico disegnato in forme e colori nordici: uccelli marini, pascoli, canali talmente profondi da sembrare fiordi, antichissimi monconi di basalto che precipitano sull’acqua da 500-700-800 metri a comporre un dedalo di verde e di blu che trasmette una sensazione di potenza, di infinito, che è ancor più sorprendente se si considera che i chilometri quadri di terraferma sono appena 1.400, meno della metà della Valle d’Aosta.

Per un fine settimana, tale paradiso non potrà essere raggiunto, né per mare, con i traghetti che partono dalla Danimarca (o dall’Islanda), né per via aerea, con l’eccezione dei 100 “volonturisti” che hanno aderito all’iniziativa del locale ente del turismo e parteciperanno, assieme alla popolazione locale, a progetti di ristrutturazione o di miglioria dei servizi turistici dell’arcipelago. Il tutto in una chiave di ecosostenibiltà, di promozione dell’accoglienza da un lato e del turismo consapevole dall’altro.

Le Faroe, una nazione costitutiva del Regno di Danimarca che curiosamente non è parte della Ue, sono una terra in gran parte ancora selvaggia, dove i 50 mila abitanti sono perlopiù concentrati nella capitale Torshavn (ca 15 mila), nell’isola principale Streymoy di cui fa parte (25 mila in tutto) e nella limitrofa Eysturoy (12 mila). Per il resto, chi visita l’arcipelago – facilmente accessibile grazie a una rete stradale interamente asfaltata, a cui si sommano due tunnel sottomarini – che presto saranno quattro – e servizi ferry che, almeno per le isole meno remote, offrono un numero di corse più che adeguato per il traffico locale e quello turistico – servizio auto incluso – si trova un paesaggio perlopiù selvaggio, dove la presenza dell’uomo è semmai rammentata dalle greggi ovine. Un paesaggio bellissimo, che contende a quello islandese lo scettro del più aspro ed estremo nel Vecchio Continente, dove non esistono altri rivali, almeno tra le terre che chiunque può attraversare con i propri mezzi.

Le pecore sono 80 mila, oltre una volta e mezzo gli abitanti, ma il venti per cento in meno dei visitatori stranieri, che nel 2018 hanno superato quota centomila, e viaggiano su una crescita media del 10 per cento annuo. Il tutto ha avuto inizio quando, 5 anni fa, una azzeccatissima campagna web, quella della pecora accessoriata di fotocamera e computer che ha avuto tanto successo da conquistare all’arcipelago la tracciatura su Google Maps, ha incrementato esponenzialmente la fama di una landa fino ad allora nota solo agli amanti del trekking, della natura, delle colonie di uccelli marini e della fotografia di paesaggio. Il resto lo hanno fatto i grandi canali di riferimento del viaggiatore, da NatGeo a Lonely Planet, inserendo a turno le Faroe nei rispettivi “must”, tra i luoghi ideali da visitare in un certo anno e quelli da gustare finché sono autentici, prima cioè dell’arrivo del turismo di massa. Un fenomeno temuto dai faroesi: basta parlare con loro per sentirsi dire “non vogliamo finire come l’Islanda”, l’isola che dopo Game of Thrones è letteralmente presa d’assalto dalle navi da crociera d’estate e dai cercatori di selfie con aurora boreale di sfondo nell'(impensabile fino all’altro ieri) inverno.

In quest’ottica nasce l’iniziativa di Gudrid Hojgaard, la creativa manager di VIsit Faroe Island che è all’origine della citata campagna Ship Wiew – e che Politico.com ha inserito tra le 28 persone che più probabilmente “daranno forma al mondo” nel 2019. Gli ospiti – 100 reclutati attraverso il sito web dell’ente, posti andati esauriti in poche ore – hanno viaggio e ospitalità garantita per le notti comprese tra il 25 e il 27 aprile, il “lavoro” vero e proprio verrà svolto tra il 26 e il 27. Ai “volonturisti” sarà ovviamente consentito di rimanere, a proprie spese, una volta terminate le operazioni. I progettti sono una decina e riguardano siti di piccola-grande fama dell’arcipelago. Nella deliziosa Mykines, l’estrema isola occidentale delle Faroe, verrà migliorato il cammino che porta alla popolosa colonia di pulcinelle di mare, l’uccello marino che è un po’ il simbolo delle terre nord-atlantiche: per arrivarci, dal mare o anche dall’eliporto – l’altro possibile approdo a uno scoglio tanto bello quanto poco accessibile, causa meteo – l’ascesa verso l’estremità del promontorio che ospita i nidi dei puffin non è semplicissima, almeno per il turista “medio”. Di fronte all’isola, verrà ripristinato il cammino tra Bour e Gasadalur. Il sentiero, che offre impareggiabili scorci su atolli e scogli che giacciono tra la stessa Mykines e l’isola maggiore di Vagar, e che culmina proprio di fronte all’isola delle pulcinelle da un lato, e alla cascata di Gasadalur, dove un getto d’acqua che sembra posizionato dalla mano di un Van Gogh vichingo tra il villaggio e uno strettissimo golfetto marino, dall’altro, è di fatto quasi introvabile, consunto puù dalle asperità del clima che dall’overtourism. Verrà rimesso a nuovo, per garantire più sicurezza e comfort in una camminata che in linea d’aria si trova a 10 miglia dall’aeroporto internazionale, dove atterra chiunque arrivi via aria alle Faroe (l’alternativa è il traghetto Danimarca-Faroe-Islanda – la capitale Torshavn, rispetto all’aeroporto, è dal lato opposto, più lontana e su un’altra isola).

E così via, nell’angusto passaggio tra destinazione di nicchia e meta globale ma non di massa che l’arcipelago sta cercando di attraversare, in un processo di crescita, che se non ha ancora raggiunto i vertici della vicina Islanda, si fa comunque percepire sia dai turisti che dai residenti. Chi scrive ha trascorso tre settimane nell’arcipelago nel giugno 2017, viaggiando con la propria auto, via ferry dalla Danimarca. Avendo già studiato il viaggio – poi rinviato – l’anno precedente, si è potuto constatare come i posti disponibili sulla nave Norrona fossero calati. In pratica, muovendosi a marzo-aprile, nel 2016 si poteva prenotare qualunque data; l’anno seguente, si sono dovuti accettare compromessi. Ancora, la sistemazione alberghiera (o in b&b) non ha dato particolari problemi, ma trovare un ristorante libero nella capitale Torshavn a meno di una settimana dalla data prevista era praticamente impossibile. In giro per le isole, in generale gli spazi erano sovrabbondanti, ma l’incrocio, seppure sporadico di solo traveller e coppie provenienti da Singapore o Messico, da Thailandia o Australia, suggeriva che la destinazione non fosse proprio ignota al viaggiatore globale. Gli ultimi report raccontano che trovare una camera in estate sia molto difficile. A testimoniare il crescente interesse, i due hotel in costruzione nella capitale, e sul fronte dei trasporti, la novità dell’anno: Atlantic Airways, la compagnia locale che di fatto è l’unica a servire le Faroe, ha aggiunto tre voli settimanali a/r da Parigi ai due giornalieri da Copenhagen, ai 2 settimanali da Edimburgo che si sommano ai tre in arrivo dall’Islanda. L’auspicio è che la vendita del prodotto non diventi una svendita. Le Faroe sono davvero un unicum


SITO UFFICIALE: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml