PERUGIA – Un tranquillo (ma non troppo) giovedì di paura. Nel secondo giorno di Festival, il giornalismo internazionale fa i conti con la violenza dei sistemi parademocratici, dove i giornalisti con la schiena dritta offrono più spazio ai bastoni dei potenti. Campeggia un senso generale di sconforto e di sconfitta, legittimo da parte di chi finisce in galera un giorno sì e l’altro pure, in chi viene continuamente diffamato e vilipeso, profanato nella sua vita privata, perfino negli affetti. Meno in chi denuncia i perversi e pervasivi algoritmi che innervano i social, con quelle pagine che impiegano un attimo in più prima di essere caricate, giusto il tempo di scandagliare i vostri dati di navigazione, i contatti della mail, le ricerche fatte su Google, così da spararvi in tempo reale inserzioni pubblicitarie su misura (se ne è parlato nell’incontro con Martin Moore, del King’s College di Londra). Come se non ci si potesse battere per sistemi ugualmente potenti che centrifughino i nostri dati e li rendano inintelleggibili (quelli esistenti sono poco efficaci), come se un’informazione precisa, sintetica e chiara sugli effettivi guadagni connessi a questi sistemi non potesse suscitare una reazione attiva da parte dei lettori e dei cittadini in generale. Ma soprattutto come se fosse impossibile spiegare che padroneggiare un algoritmo da una poltrona aziendale è un conto ma farlo da uno scranno presidenziale o governativo è altra cosa e questa seconda giornata di Festival lo spiega bene. Tutto sommato, nel derby tra disincantati e velleitari, vale la pena di tifare per questi ultimi.

Andiamo al sodo, all’ospite più atteso del giorno, la filippina Maria Ressa, direttrice di Rappler, il social news network incubo del presidente Duterte. Arriva di corsa, avvolta nella sua felpa rosso garibaldino, con ancora il biglietto aereo in tasca. Venerdì è stata arrestata e scarcerata su cauzione, lunedì, appena scesa dall’aereo, altro mandato arresto, spinta in un furgoncino con quattro membri dell’unità speciale e sette poliziotti di scorta, sempre con la stessa accusa che ha originato nove azioni legali sulle undici che le sono state mosse. Solo ieri ha avuto il permesso di espatrio, grazie all’approvazione di sei diversi tribunali, tanto che non si sapeva se sarebbe riuscita a venire a Perugia. Perché così vive una giornalista coraggiosa nelle Filippine.

Mostra due video e molte diapositive, Maria Ressa, a una platea che è tutta per lei si prolunga a dimostrare come proceda la disinformazione nel suo Paese, quasi discolparsi fosse un riflesso condizionato ormai. Lei però è la più ottimista, una cieca fiducia nella sua troupe di colleghe che “fanno inchieste fantastiche e che non penso assolutamente di abbandonare fuggendo dalla mia nazione. Ancora più oggi, con le elezioni a maggio: una sconfitta delle forze democratiche potrebbe far perdere definitivamente i diritti civili della mia gente”.

Maria Ressa ha creato il suo network nel 2012, mettendo insieme inchieste coraggiose con modelli partecipativi. Forte della sua esperienza trentennale nelle redazioni della Cnn a Manila e Jakarta e per Abs-Cbn News, esperta di terrorismo nel Sud-Est asiatico, lo scorso anno è stata nominata Persona dell’Anno da Time Magazine. E’ anche e soprattutto grazie al lavoro di Rappler se sono venuti alla luce i tanti scandali sulla corruzione del governo Duterte. Su di lei si è scatenato il trolling patriottico dei sostenitori governativi e nel web sono volate accuse di ogni tipo, fino a messaggi del tipo “assicuriamoci che venga violentata”.

E’ riuscita a scoprire che esistevano 26 account falsi impegnati in questa campagna di delegittimazione che raggiungevano ben tre milioni di utenti. “Quando sei sotto un attacco così massiccio anche i tuoi sostenitori si defilano, hanno comprensibilmente paura. Dobbiamo svegliarci, combattere queste pallottole digitali, formare comunità resilienti”. L’aumento degli abbonamenti di Rappler del 200% spinge a qualche ottimismo.

Pesantissima la storia dell’indiana Caroline Muscat, cofondatrice di The Shift News, un pugno di sabbia negli occhi del premier Narendra Modi, faccia da buono e mano di pietra con l’informazione avversa (quella poca che resiste). Modi è il premier più presente su Instagram e può contare su una flotta di “demolitori da social” che al confronto la famosa “bestia” di Salvini è un cagnolino da salotto (siamo davvero su un altro piano). Ad ogni scoop della Muscat è seguita un’ondata diffamatoria su larga scala: tweet e post su lei che odia il suo popolo, che è pagata da infiltrati stranieri (molta potenza ma poca fantasia, verrebbe da dire). Le fonti della Muscat le hanno fatto recapitare un’informativa dove c’erano gli orari delle camminate del padre, dove andavano a scuola i nipoti e tutto ciò che può servire a intimidire una cronista ostinata. All’indomani di un premio giornalistico per il suo ennesimo scoop (in una delle sue inchieste è vissuta otto mesi con otto telecamere nascoste addosso, fingendosi un’attivista scatenata del presidente) è comparso in rete un video porno dove una sua semi-sosia si esibiva senza freni, divenuto subito virale. Quando i magistrati lo hanno visionato, il tempo che la Muscat fosse dimessa dall’ospedale per una crisi di panico, si sono messi a sghignazzare, indifferenti allo stupro digitale. Minacce anche a Rana Ayyub, che ha raccolto l’eredita di Daphne Caruano Galizia, trucidata a Malta, e che ha costretto gli alti funzionari del governo maltese ad ammettere di avere profili Facebook mirati alla delegittimazione altrui. Un’azione continua e pesante ai suoi danni (“ormai per me è difficile pure fare la spesa, la gente mi attacca, e dopo la fine di Daphne si è capito che il pericolo è altissimo”), così come per il turco Yavuz Baydar, direttore di Ahval, una delle poche testate anti Erdogan, che sarà pure in difficoltà ma dispone di un ferreo sistema di controllo sui media. Qui la delegittimazione arriva fino alla cancellazione dal web, ripetuta, incessante.

E l’Italia? Il nostro cronista Paolo Berizzi, autore di “Nazitalia”, un viaggio nell’Italia che si riscopre fascista, è finito addirittura sotto scorta. Dagli striscioni sugli stadi alle minacce sul web, Berizzi fa i conti ogni giorno con questo nuovo fascismo da manganello e pacca sulla spalla, molto più organizzato e strategico di un tempo, che saluta romanamente e brandisce numeri romani tatuati sulla nuca come date di scadenza, quindi porta in vacanza i bambini che non possono permetterselo e pacchi di pasta ai loro genitori. Una destra presente ovunque si manifesti disagio, pronta a soffiare sul fuoco della protesta. Una volta passate queste ultime infatuazioni politiche, teme Berizzi, li vedremo ancora più protagonisti.

Per finire un salto in Ungheria, dove i media sono ormai profondamente controllati dalle forze governative. Marius Dragomir (direttore Center for Media, Data and Society), Marton Gergely (HVG) e Andras Petho (cofondatore e direttore DIREKT36) raccontano come dal 2010, anno dell’elezione di Viktor Orbán, leader del partito di destra Fidesz e già premier dal 1998 al 2002, le cose siano cambiate. Anzitutto con le prime leggi per finanziare i media sostenuti dalle aziende degli oligarchi ungheresi vicini al governo e la pubblicizzazione totale dei media statali, con la nomina di nuovi capi istituzionali, con la conseguente censura delle notizie più scomode. Per i tre giornalisti l’unica possibilità è il sostegno dell’Europa. Alla faccia del sovranismo.




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