PERUGIA – Cosa accadrebbe nel nostro Paese se girassero in rete video hard con i sosia dei nostri giornalisti di punta o dei politici più in vista intenti in esplicite acrobazie sessuali? Che putiferio scatenerebbe? Una provocazione per capire, soprattutto dal punto di vista maschile, cosa può significare l’abituale lapidazione digitale imposta a molte croniste coraggiose in varie parti del mondo, India in primis. Cominciamo la cronaca della terza giornata di Festival del Giornalismo proprio dal panel sul MeToo in India che, guarda un po’, ha suscitato la commossa confessione di una giovane e sciaguratamente piacente cronista del Guardian. Sulla scia dell’intervista a Rana Ayyub e Priya Ramani la collega britannica ha ammesso di essere stata a sua volta molestata ma di non aver dichiarato pubblicamente la sua esperienza, a dimostrazione che ogni immondo è paese.

Festival del giornalismo: molestie e lapidazione digitale, il dramma delle croniste coraggiose in India

Con la sua denuncia Priya Ramani, giornalista indiana, ha costretto alle dimissioni il viceministro degli Esteri Akbar. Inutile la querela del politico indiano, bersagliato da identiche denunce dopo quella di Ramani. Alla domanda sul perché l’accusa fosse stata lanciata venti anni dopo i fatti, la risposta della giornalista è stata molto semplice: “Non potevo dire ai miei genitori che al primo colloquio di lavoro ero stata molestata. Mi avrebbero impedito di farne altri e di lavorare, io ero la prima donna in famiglia a cercare un impiego per rendermi indipendente. Adesso sono molto fiduciosa del processo che verrà, mi sento molto più libera e sostenuta da tante donne che come me hanno vissuto la mia stessa esperienza”. Una serenità che si legge nel volto della Ramani. Meno in quello di Rana Ayyub, vittima dello stupro digitale in India (ieri, per errore, sono stati invertiti i nomi della Ayyub e della maltese Caroline Muscat), bersagliata dai suoi detrattori vicini al governo Modi con una serie di video porno impersonati da una sua sosia. Un costume che sta prendendo sempre più piede, quello della delegittimazione sessuale. Come reagiremmo noi di fronte a una campagna che lanciasse nel web le videobufale di cui sopra? Domanda che vale la pena di farsi, a maggior ragione oggi, a poche ore dalla pubblicazione del Commissione pari opportunità della Fnsi che certifica come l’85% delle donne che lavorano nel mondo dell’informazione ha subito molestie sul lavoro nel corso della propria vita professionale, metà delle quali nell’ultimo anno, segno che le fregole vanno crescendo anziché diminuendo. E non si tratta solo di mani lunghe ma spesso di veri e propri ricatti, almeno per un terzo delle denunce.

Festival del giornalismo: molestie e lapidazione digitale, il dramma delle croniste coraggiose in India

Fico amaro

Il venerdì era cominciato in forma istituzionale e al tempo stesso informale, con il presidente della Camera Roberto Fico abbigliato in un outlettiano pullover grigio. Il pubblico internazionale di Perugia lo ha accolto tutto sommato bene anche se l’applauso più fragoroso lo ha riservato quando Fico ha annunciato il suo ritiro dalle scene a fine mandato, non si capisce se per solidarietà o senso di sollievo. Va detto che Fico, intervistato da Arianna Ciccone non ci è andato leggero, né con Salvini, dicendo che la querela contro Saviano “è stato un errore bell’e buono”, né con il premier egiziano Al Sisi, dichiarando testualmente: “Al Sisi mente ed è assolutamente reticente”. Grandi applausi anche per il ringraziamento ufficiale a Simone, il ragazzino di Torre Maura che aveva ribattuto ai sottrattori di pane del quartiere romano (ma di questo se ne parla in un altro articolo).

Ma, con l’acca

Olivia Ma è la giovane direttrice del Google news lab, una robetta da dieci miliardi di clic al mese, il team globale che Google mette a disposizione di chi ha contenuti editoriali da offrire. Figlia di un giornalista di Newsweek e del Washington Post, è cresciuta a pane e notizie. Molti gli esperimenti del team dalla doppia o effettuati nel mondo, i più interessanti per la primavera araba, le elezioni americani e di recente per le elezioni presidenziali brasiliane, dove sono riusciti a mettere in collaborazioni testate rivali e dove, con i gruppi WhatsApp, hanno reso impossibile la vita di decine di giornalisti, tempestati dai messaggi dei lettori che chiedevano se quella notizia fosse vera o meno. Secondo Olivia Ma c’è sempre più richiesta di informazione a pagamento. Resta da capire da parte di chi, se da parte dell’ultimo e spiantato lettore di un Paese a democrazia limitata o da chi ha interesse a gestire l’informazione per fini personali. Mah… Con l’acca.

Da festival a festival

Un recente sondaggio ha fatto emergere come il 91% dei cittadini ritenga fondamentale e alla base di una sana democrazia la libera informazione di qualità. Peccato che siamo in Canada. Qui in Italia la convivenza tra cittadini e giornalisti è sempre più difficile, ammantata di sospetto se non di esplicita avversione, fino alle capocciate sul naso. Un rapporto, occorre dirlo, avvilente per gli stessi cronisti: intervistare il cosiddetto “cittadino qualunque” significa il più delle volte avere “risposte qualunque”, prese pari e patta dall’ultimo telegiornale trasmesso. Cittadini che, come tutti, rincasano la sera sfiniti e non hanno neanche il tempo per decifrare i propri bisogni, figurarsi le analisi. Eppure il mantra di “sentire la voce della gente” è ancora onnipresente, in politica e non solo. Col risultato di prostituire le idee e gli stessi prodotti editoriali all’urlo di rabbia, anziché mitigare quell’urlo rendendo più semplice, facile e chiara la vita ai cittadini e ai lettori. Se ne è parlato con Madhav Chinnappa (director news ecosystem development Google), Robyn Doolittle (The Globe and Mail), Solomon Elliott (fondatore The Student View), Natalie Turvey (presidente Canadian Journalism Foundation), tutti testimonial del “World News Day”, un evento che ha luogo in Canada che celebra la forza del giornalismo, soprattutto in funzione della fiducia che il lettore ha e dovrebbe avere nel giornalista. La prossima edizione, ovvero la seconda, sarà il prossimo 2 Maggio.

Ceccarelli e la memoria morta

Sempre divertente, Filippo Ceccarelli per anni colonna di Repubblica ha divertito il pubblico del festival con Invano, il potere in Italia da De Gasperi a questi qua. Intervistato da Alessandra Sardoni e Lucia Annunziata, Ceccarelli è “rotolato giù per la china” della cronaca politica italiana, dall’austera Dc alla nuova leva desnuda e travestita delle ultime generazioni, autorefenziali e vanitose, “che non esprimono consenso ma assenso”. Per Ceccarelli il fulcro è la morte: se nella prima repubblica le ideologie politiche arrivavano all’aldilà (Dc con Dio, fascisti con l’idea di sacrificio, comunisti con un lavoro e aggregazione che potesse portare all’arrivo del comunismo), dal famelico craxismo si arriva a oggi, a dirigenti che non pensano al dopo, al futuro: “La memoria è morta, è un optional” . E la gente applaude.

(si ringrazia Sacha Malgeri)


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