GABU – Un piccolo paese dell’Africa occidentale, in Guinea Bissau (ex colonia portoghese) incastrato tra il grande Senegal e la Guinea-Conakry (ex colonia francese) bagnato da un oceano invadente, che con mille insenature si infila nelle sue coste. Appena atterrati in Guinea-Bissau, il caldo si attacca sulla pelle ricoprendola di una patina di umidità, sudore e terra rossa, anche se la stagione delle piogge non è ancora iniziata. Percorrendo la strada che unisce la capitale Bissau alla città di Gabu, la jeep di Aifo ci impiega più di 4 ore a percorrere meno di 200 km, districandosi tra buche, tratti sterrati e mucche che invadono la carreggiata. Negli ultimi quattro anni le continue crisi di governo hanno paralizzato il paese e così oggi molti servizi, tra cui anche la manutenzione del manto stradale, non sono garantiti.

L’attività di Aifo. La Ong lavora nel paese da più di 40 anni. Inizialmente impegnata esclusivamente nell’assistenza ai malati di lebbra, oggi si occupa anche di tutela della salute materno-infantile, emancipazione delle donne e delle persone disabili e sviluppo di progetti per migranti di ritorno e per giovani a rischio migrazione. Con quasi il 70% della popolazione che vive sotto la soglia nazionale di povertà, la Guinea-Bissau è al 178° posto su 188 per l’indice di sviluppo umano. “L’instabilità politica rende i servizi statali inefficienti: l’educazione è inadeguata, così come i servizi sanitari”, spiega Tito Cappellaro, capo missione Aifo nel paese. “L’assenza di infrastrutture, come il sistema elettrico, idrico e fognario, fa sì che si diffondano malattie. E anche l’economia è stagnante: la maggior parte delle attività si concentra nella capitale Bissau, mentre nel resto del paese non ci sono investimenti e la disoccupazione è alle stelle”.

Le difficoltà di chi emigra. È in questo contesto che molte persone, soprattutto giovani, scelgono di emigrare. Alcuni di loro, però, non riescono a concludere il viaggio o vengono bloccati nei centri di detenzione libici, e così in alcuni casi sono costretti a tornare a casa. “Ci sono persone che hanno investito tutto nel viaggio: quando tornano hanno perso la scommessa”, continua Tito Cappellaro. “Oltre alle terribili esperienze vissute, si ritrovano più poveri di prima, hanno perso le loro reti sociali e subiscono un forte stigma da parte della comunità. Attraverso i nostri progetti, vogliamo contrastare l’emarginazione e valorizzare le potenzialità di queste persone, che hanno ancora tanto da dare e possono diventare motori per lo sviluppo del territorio”.

Un supporto alla micro-imprenditoria. La regione del Gabu, al confine con il Senegal e la Guinea Conakry, è una zona di passaggio per migranti che partono e che ritornano. È qui che Aifo lavora ogni giorno per incentivare la nascita di nuove attività di micro-imprenditoria, per creare opportunità di lavoro e offrire così un’alternativa alla migrazione. Il progetto Mais comunidade, mais força, finanziato da Aics – Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, nasce per aiutare 25 migranti di ritorno e giovani a rischio migrazione a sviluppare quelle che si potrebbero definire delle start up.  “Questo progetto è molto ambizioso, perché ha l’obiettivo di aumentare la resilienza della popolazione e la capacità di sfruttare le risorse in loco”, commenta Elisa Da Silva Guimarães, responsabile del progetto. “Stimolando la creatività di queste persone abbiamo gettato un seme, li abbiamo incoraggiati a chiedersi: cosa si può fare per migliorare questo territorio?”.

Bacar e la sua sartoria. Le idee sono tante: c’è chi vuole aprire un ristorante, chi un salone da parrucchiere, chi produrrà miele e chi coltiverà patate, chi vuole allevare galline e chi diventerà meccanico di auto o di biciclette. “Grazie a questo progetto potrò sviluppare la mia attività di sartoria”, racconta Bacar Mané, uno dei beneficiari. “Potrò permettermi di affittare un locale e di comprare un macchinario per i ricami”. Bacar per adesso lavora da casa con una vecchia macchina da cucire meccanica: “Con questa mantengo la mia famiglia”, ride accarezzandola. “Le mie clienti vanno al mercato, comprano il tessuto che preferiscono e me lo portano, poi io creo il vestito a seconda del modello che scelgono. Ho fatto questo mestiere fin da quando era piccolo, adesso finalmente potrò ampliare la mia attività”.

Le fasi del progetto. Selezionare 25 idee a cui concedere un finanziamento a fondo perduto non è stato semplice: dopo aver fatto una valutazione del contesto e dei bisogni, Aifo ha raccolto 350 candidature di giovani tra i 18 e i 35 anni, di cui solo 50 sono arrivate alla fase successiva di creazione del business model canvas, un modello che definisce nel dettaglio le caratteristiche delle future start-up. Ma solo 25 giovani sono arrivati alla fase finale e hanno partecipato alla formazione specifica, affidata alla cooperativa sociale Open Group, partner del progetto. “Per rendere più coinvolgente il corso abbiamo scelto di usare metodi giocosi e interattivi”, racconta Federico Cavina, formatore di Open Group. “Abbiamo affrontato temi come l’investimento iniziale, la gestione del budget e la sostenibilità dell’attività nel tempo: la cosa più straordinaria è che, anche nell’entroterra della Guinea-Bissau, siamo riusciti a parlare di impatto sociale e dei benefici che un’impresa deve portare alla comunità”.

Imprese che durano nel tempo. Una volta terminata la formazione, comincia ora la fase di monitoraggio e supporto all’avviamento delle attività: “Il successo di una nuova impresa non si misura sulla base di come comincia, ma di quanto riesce a durare nel tempo”, conclude Federico Cavina. “Il nostro obiettivo è che tra un anno queste start-up siano ancora attive, producano ricchezza per la comunità, impieghino persone e forniscano prodotti di qualità e sostenibili”.


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