SONO passati 33 anni dal 26 dicembre 1985, giorno in cui la zoologa americana Dian Fossey fu uccisa sul monte Virunga per mano, si pensa, dei bracconieri. Da allora, nella quotidiana lotta alla conservazione, altri 175 ranger e difensori della natura sono stati uccisi. Tutti loro avevano un unico scopo: proteggere i fragili gorilla di montagna e il loro ambiente. Per questo a loro oggi è dedicata la buona notizia appena diffusa dall’Iucn (Unione mondiale per la conservazione della natura): i gorilla di montagna si stanno ripopolando.

Là, fra le foreste nebulose e impenetrabili di Congo, Uganda, Ruanda, fra i pendii del monte Virguna e la selva di Bwindi, la famiglia dei silverback si allarga. La lista rossa Iucn, appena aggiornata, ha infatti migliorato la classificazione dello stato dei Gorilla beringei beringei passati da “gravemente in pericolo” a “in pericolo”. E’ una speranza, dedicata a tutte le persone che hanno perso la vita lottando contro bracconieri e coloro che volevano sfruttare le risorse minerarie degli habitat africani, per il futuro della specie. 

Era dal 1994 che lo “status” di minaccia dei gorilla di montagna non veniva cambiato. Dieci anni fa la loro popolazione stimata, tra i tre stati africani dove vivono, era di circa 680 individui. Oggi i dati raccolti con metodi scientifici ci dicono che siamo a oltre 1000 individui, la cifra più alta registrata finora per la sottospecie dei gorilla orientali. L’altra sottospecie invece, quella dei Gorilla beringei, resta “in pericolo critico”.

 

Se si è arrivati a questo confortante risultato, dice lo Iucn, è grazie alla azione di “conservazione intensiva, comprese le pattuglie anti-bracconaggio e gli interventi veterinari” portati avanti attraverso la coordinazione e l’unione degli impegni di tutti gli attori in campo per la protezione degli animali. Attori che operano in aree protette che coprono quasi 800 chilometri quadrati fra Congo, Ruanda e Uganda: terreni costantemente minacciati dai bracconieri, minatori, cacciatori di carbone e legna e in parte dagli stessi residenti che intendono espandere i propri confini.

 

“E’ una notizia fantastica che i gorilla di montagna stiano aumentando di numero, ma questa sottospecie è ancora in pericolo e quindi l’azione di conservazione deve continuare” sostiene Liz Williamson del gruppo primati SSC della Iucn. “Gli sforzi coordinati attraverso un piano d’azione regionale e la piena attuazione delle linee  Iucn per il turismo e la  prevenzione delle malattie, che raccomandano di limitare il numero di turisti e di evitare qualsiasi contatto ravvicinato con gli esseri umani, sono fondamentali per garantire un futuro al gorilla di montagna” precisa ancora. 

 

Dal monte Virunga intanto, lo stesso che ospita un terzo di tutti i gorilla di montagna al mondo, arrivano lacrime di gioia, soddisfazione, ma anche di dolore pensando ai tanti ranger morti nella la battaglia della conservazione. Gli ultimi, in una strage che ha visto morire 5 ranger, tutti fra i 22 e i 30 anni, è avvenuta l’aprile scorso. Una delle tante imboscate, delle lotte contro i bracconieri, delle violenze quotidiane che avvengono su quel Virunga ben raccontato da un documentario Netflix. 

 

Lì opera da anni il direttore Emmanuel De Merode, egli stesso vittima di un attentato e ferito nel 2014. Il direttore del Parco esulta per i risultati ottenuti, ma avverte: “Siamo molto lieti di vedere un miglioramento dello stato di conservazione dei gorilla ma dobbiamo ricordare che il Congo orientale resta un ambiente estremamente impegnativo per la conservazione. Questo annuncio è la testimonianza del duro lavoro e del sacrificio di un team di persone che hanno dato e sacrificano la vita per garantire che il Parco e la sua fauna rimangano intatti. Dobbiamo concentrare i nostri sforzi ora più che mai”.

 

Sforzi che, ricorda il nuovo aggiornamento della Red List, hanno portato miglioramenti anche in mare: altra buona notizia è infatti il passaggio della balenottera comune (Balaenoptera physalus) da “in pericolo” a “vulnerabile”. La popolazione mondiale di balenottere comuni è infatti quasi raddoppiata dagli anni Settanta ad oggi grazie alle politiche di conservazione, “un aumento che fa seguito ai divieti internazionali di caccia commerciale alla balena nel Nord Pacifico e nell’emisfero sud, in vigore dal 1976, così come a delle riduzioni importanti delle catture nell Nord Atlantico dal 1990” spiegano dall’Iucn. 

 

Migliorano anche gli status della balena grigia e altri animali ma preoccupano invece i dati legati alla sovrapesca che fa avanzare il declino dei pesci. Sempre più minacciate sono ad esempio le cernie, i pesci di acqua dolce del Malawi  ma anche piante, come l’albero di Vène (Pterocarpus erinaceus) giudicato ora “in pericolo”.

 

Per salvare queste specie, ribadiscono i biologi conservazionisti, bisogna implementare gli sforzi di protezione, gli stessi grazie ai quali più gorilla, nelle montagne di Virunga, possono ancora battersi fieri i pugni sul petto.




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