Nella terra di nessuno cui è stato silenziosamente e consapevolmente consegnato, l’omicidio di Giulio Regeni, la richiesta di “verità e giustizia” sui responsabili di quello scempio, sembrano tornate ad essere affare privato di una famiglia resiliente e del suo legale. Della comunità di italiani che, da tre anni, le si stringe intorno. La storia di un Davide sempre più Davide contro un Golia sempre più Golia. Come testimonia questa lettera, ultimo sasso tirato nella piccionaia di un Governo ammutolito e inerte da mesi. Che ha smesso anche di fingere di voler assumere iniziative politiche e diplomatiche in grado di scardinare lo stallo in cui la vicenda giudiziaria è definitivamente precipitata dopo l’iscrizione al registro degli indagati della Procura di Roma, il 4 dicembre dello scorso anno, di cinque funzionari dell’Intelligence egiziana.

A meno di non voler ritenere dirimente il passaggio parlamentare di lunedì prossimo, 29 aprile, quando la Camera voterà l’istituzione di una “Commissione Parlamentare di inchiesta” composta da 20 deputati che, «con gli stessi poteri e limiti dell’Autorità giudiziaria» indagherà per i prossimi diciotto mesi «con lo scopo di accertare le responsabilità relative alla morte di Giulio Regeni, nonché i moventi e le circostanze del suo assassinio».

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La Commissione, infatti, come sa bene chi ne ha voluto e sollecitato l’istituzione — a cominciare dal Presidente della Camera Roberto Fico (il solo a non aver perso il filo di una vicinanza concreta con la famiglia) — nella migliore delle ipotesi non potrà che tornare a pestare l’acqua nel mortaio di evidenze che, in questi tre anni, sono state raccolte dal lavoro straordinario della Procura di Roma. Esattamente quelle che hanno convinto il Presidente egiziano Al Sisi a interrompere anche solo una parvenza di cooperazione giudiziaria tra i due Paesi (è il motivo per cui il gruppo di Forza Italia si è astenuto dal voto sulla Commissione).

La Commissione rischia insomma di essere ennesimo gesto di “testimonianza”. Esattamente l’opposto di quello che, ancora una volta, la famiglia Regeni torna a chiedere con questa lettera: un atto di coraggio. Che è mancato e continua a mancare. E di cui è la prova non solo nelle parole di circostanza o nelle promesse non mantenute — era il 28 novembre dello scorso anno quando il vicepremier Luigi Di Maio avvertiva: «L’Egitto dia risposte concrete sull’omicidio di Giulio Regeni entro dicembre o ci saranno conseguenze su tutto: dai rapporti diplomatici a quelli economici» — ma in qualche numero. Che documenta la lingua furba che ha parlato la nostra diplomazia in questi tre anni. Rendendo agli occhi del Regime del Cairo squittii i nostri ruggiti e caricate a salve le nostre minacce. Come certificano infatti i dati Istat elaborati dal nostro ministero degli Esteri, tra il 2016 e il 2018, l’Italia ha costantemente incrementato la quota del proprio import dall’Egitto.

Nell’anno in cui Giulio veniva assassinato dagli apparati del Regime (2016), acquistavamo beni dal Cairo per 1 miliardo 537 milioni e 74 mila euro. L’anno successivo (2017), la cifra era salita a 1 miliardo 824 milioni e 47 mila euro. Nel 2018, ha toccato la cifra record di 2 miliardi 106 milioni e 55 mila euro. Abbiamo minacciato sfracelli, ma siamo stati la stampella decisiva della malandata economia egiziana. Chiedevamo “verità” e intanto compravamo. E vendevamo (sono 150 le aziende e le società italiane impegnate in Egitto, Eni su tutte, per un export che ha fatturato, nel 2018, 2 miliardi 687 milioni e 79mila euro). Armi, per dirne una. Nel solo luglio del 2018 — dunque nell’estate in cui arrivarono in visita al Cairo Fico, Di Maio, Salvini — per 2 milioni di euro, pari alla cifra complessiva delle forniture belliche all’Egitto dell’intero 2017. Senza contare che nel dicembre scorso, proprio mentre la Camera interrompeva i rapporti diplomatici con l’Egitto, al Cairo arrivavano le partecipate di Stato Leonardo e Fincantieri per partecipare alla Fiera internazionale degli armamenti promossa da Al Sisi e dal ministero della Difesa egiziano.

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La catastrofe libica ha fatto il resto. Il Cairo ha avuto un’arma di ricatto in più sulla nostra ondivaga e incerta diplomazia, prigioniera come è stata ed è della politica dei due forni (Haftar e Serraj). E così una famiglia, oggi sola, torna dunque a scrivere a un Presidente del Consiglio a Pechino per tre giorni a parlare di opportunità economiche (il forum sulla via della Seta) a un tavolo a cui siede anche Al Sisi.


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