TEL AVIV – “Al tempo dei kibbutz ci affidavamo ai carri armati per difenderci e combattere, ma oggi un computer può sconfiggere anche un carrarmato”. A parlare così è Pinchas Fouzailov, il 91enne presidente dell’Università degli hacker di Tel Aviv. Tra i fondatori dell’industria diamantifera israeliana Pinchas è proprietario di un intero grattacielo a Ramat Gan, alla periferia della città, e ha voluto dedicare tre dei suoi piani all’addestramento di giovani promesse della cybersecurity – dice – per “rendere il paese più sicuro”.
 
È un vecchietto arzillo, che affronta l’argomento della sicurezza informatica col piglio di uno youtuber e racconta a Repubblica come tutto è cominciato. “Se siamo bravi coi computer è perché siamo abituati a difenderci. Ho vissuto il periodo delle bombe e degli attentati e ti assicuro che con vicini così non potrebbe essere diversamente”. Alla domanda di quali siano le leve del successo ci dice: “Noi ebrei, israeliani, siamo abituati a guardare ai problemi da angolazioni diverse, proprio come fanno i giovani hacker per trovare le soluzioni migliori, difenderci e attaccare al momento giusto. Ma non mi piace la guerra. La guerra complica gli affari”.
 
HackerU, così si chiama la scuola di formazione per esperti informatici, ha 200 insegnanti e 7000 allievi. “L’istruzione è la prima cosa”, come ci dice Daniel Adani, avvocato e portavoce della scuola, “vengono da tutto il mondo per imparare. Ma gli insegnanti provengono sia dalle università d’eccellenza israeliane che dalle unità di intelligence dell’esercito. E proprio l’esercito manda a Ramat Gan i suoi soldati più versati ad apprendere i segreti della guerra elettronica per contrastare virus e attacchi informatici.
 
“From zero to hero” è il motto della scuola che consente a chiunque, di qualunque età, con qualsiasi formazione, di partecipare ai suoi corsi. “Non tutti i nostri giovani hanno tempo per fare l’Università e laurearsi in ingegneria o informatica, perciò vogliamo dargli questa opportunità. Alla fine di un percorso di 18 mesi possono vantare un diploma di cyberesperti. In questo campo il lavoro è assicurato”, dice Pinchas. HackerU collabora anche con alcune tra le maggiori università italiane, e si prepara ad aprire una succursale in Italia. I loro corsi sono “frontali”, in classe a Ramat Gan, a distanza, cioè online, e sul posto, dovunque li richiedano. “Ad esempio – ci dice Adani- abbiamo una discreta presenza in Africa dove addestriamo la polizia del Gambia, della Somalia e della Tanzania. Ma siamo presenti anche in Sud America e in Europa”.
 
In una stanzetta troviamo una giovane ragazza bionda che lotta con una sorta di bisturi contro un microcircuito e, vicino a lei, un altro giovane, robusto e muscoloso, ci invita a sederci per parlare: è il capo della security di HackerU. Oltre il vetro, una decina di schermi lascia intravedere le luci di quelle che sembrano essere battaglie digitali, con le scie dei cybermissili sparati da un capo all’altro dell’Oceano. “Non è un’esercitazione –  ci dice Ilan Mindel – stanno monitorando cosa succede nel mondo.” Ma tu come sei arrivato qui? “Sono un hacker perciò sto qui, e come tutti gli hacker ho cominciato giocando coi computer, ed anche per questo motivo il gioco per noi è diventato uno strumento di insegnamento. Giochiamo anche noi battaglie navali, solo che le armi sono cibernetiche e nessuno si fa male. Se sbagli ricominci finché non diventi bravo”.
 

Il mercante, il sapiente, il guerriero: l'Hacker University di Tel Aviv alleva i combattenti del cyberspazio

a sinistra Pinchas Fouzailov, a destra suo fratello Ben-Zion

Non è l’unico posto di Tel Aviv dove si preparano i giovani che verranno poi smistati nelle ambasciate e nelle aziende israeliane nel mondo. Pinchas Fouzailov è un pezzo di storia di Israele proprio perché insieme al fratello Ben-Zion ha costruito una rete commerciale in tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Giappone e non solo per vendere diamanti, ma anche per piazzare i frutti della ricerca sul diabete con un’azienda, la Betalin Therapeutics Ltd., che ha ricevuto premi e riconoscimenti perfino in Cina. Pinchas è un mercante, ma ha capito che l’innovazione tecnologica è alla base di tutte le sfide del futuro e per questo “Investire in cybersecurity è un costo che fra breve tutti saranno disponibili ad accettare perché garantisce grandi ritorni”. Ha ragione. Quasi il 15 per cento di tutti gli investimenti globali sulla sicurezza informatica atterra infatti in Israele, nella Silicon Wadi, la “Valle del Silicio”, quella striscia di terra patria delle startup di cybersecurity che si affacciano sul mare della prospera e multietnica Tel Aviv.
 

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