ROMA – La sua agenda era piena di appuntamenti fino al 2020, si era appena candidato per una cattedra all’Umberto I, quel giorno era a pranzo con la sua famiglia e parlavano di un viaggio da fare alle Canarie. Non c’era nulla che facesse pensare a quello che stava per fare. Eppure si è alzato dal tavolo del ristorante davanti al Foro Italico dove stava festeggiando il compleanno del figlio della compagna, ha detto che doveva andare in bagno e, invece, è uscito, ha percorso i pochi metri che lo separavano dal ponte della Musica, e si è lanciato nel vuoto, schiantandosi sul marciapiede. Non ci sono dubbi sulla dinamica della morte di Francesco Lo Coco, 63 anni, ematologo di fama internazionale, allievo prediletto di Franco Mandelli e ordinario a Tor Vergata: in due lo hanno visto arrampicarsi sulla balaustra e gettarsi di sotto. Però la sua scelta di farla finita è un mistero che lascia increduli parenti e amici e sconvolge il mondo della medicina.

“Insieme programmavamo il che fare del giorno dopo e dei mesi a venire: come può essere che abbia scelto di fermarsi?”. I colleghi scuotono la testa, hanno gli occhi lucidi. “Era sempre sorridente”, ricordano. I suoi amici più stretti, però, avevano intuito che qualcosa non andava. “Negli ultimi mesi – ricordano – lo vedevamo con la mestizia dentro e gli chiedevamo: “Francesco, cosa c’è? Non sembra che tu stia bene”, ma lui svicolava, rispondeva con una battuta, cambiava discorso”.

“È una perdita incolmabile per l’ateneo di Tor Vergata e per la scuola di Ematologia, non solo italiana”, commenta il collega Gerry Melino, suo amico da decenni. Lo Coco ha un figlio musicista, “un genio nel suo campo, come il padre lo era per l’Ematologia. Francesco – continua Melino – dava subito il senso di una grande umanità; dal suo sguardo si coglieva la forte perspicacia e l’immensa sensibilità, la stessa che lo portava a elaborare pensieri profondissimi sul piano esistenziale”. Oggi ci sarà l’autopsia, ma i primi esami sul corpo hanno escluso anche la pista di una malattia grave e magari tenuta segreta, che avrebbe dato un senso a un quel gesto estremo.

Ricercatore con capacità scientifiche e organizzative uniche, coordinava l’attività di un laboratorio nell’ateneo Tor Vergata e di un altro nella fondazione Santa Lucia. Con i colleghi Francesco Buccisano, presidente della Società italiana di Citometria clinica, e Adriano Venditti, altro associato della cattedra diretta da William Arcese, Lo Coco ha studiato a fondo la possibilità di prevedere le recidive delle leucemie per prevenirle e stabilire, in base alle caratteristiche molecolari delle cellule tumorali, la terapia di contrasto più efficace. Lo Coco ha scritto 234 articoli scientifici e il numero delle loro citazioni sfiora quota 40mila con un indice H (che valuta l’impatto delle ricerche di ogni scienziato in ambito accademico) attestato su quasi 100 punti. “Scienziati come lui – commenta Melino – sono rarissimi e insostituibili”.

Componente di numerosi panel internazionali incaricati di redigere le linee guida per il monitoraggio e il trattamento delle leucemie mieloidi acute, Lo Coco era apprezzato anche fuori dall’Italia. A Stoccolma, l’anno scorso, è stato insignito del Josè Carreras Award, il più prestigioso riconoscimento in Ematologia, per il risultati ottenuti nel trattamento della leucemia acuta promielocitica. Due anni prima il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli aveva assegnato il premio Airc-Firc, Guido Venosta.
 


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