La vedi durante l’intervallo che parla coi suoi compagni, ride, scherza. Le loro mani si muovono veloci, Margherita, 16 anni, non può sentire i suoni. Ma ora può capire: nella sua classe, la terza A dell’istituto tecnico Oriani di Faenza, hanno tutti imparato la lingua dei segni. E lei, non udente, così non è più isolata, separata dal mondo chiassoso dei suoi coetanei dalla barriera della sua disabilità. Quel muro è stato abbattuto. Sono stati gli stessi ragazzi a volerlo sin dai primi giorni di scuola: “Prof, ma facciamo il corso?”. Detto e fatto. Tutti i docenti della classe hanno ceduto almeno un’ora delle loro lezioni in aula ed è partito l’insegnamento: dieci ore di Lis, la lingua italiana dei segni. Il cartellone coi simboli è stato appeso al muro, aiuta nel ripasso. Anche i prof hanno imparato.

“Per noi è stato più faticoso, non è un linguaggio immediato, i ragazzi sono più veloci nell’apprendimento, si sono impegnati moltissimo. Era una situazione più grande di loro, l’hanno risolta a modo loro chiedendo le “parole” per poter comunicare con Margherita”, commenta Michele Orlando, 40 anni, insegnante di italiano nella classe, il corso di amministrazione, finanza e marketing. È lui a rendere pubblica l’iniziativa proprio nei giorni delle vacanze natalizie. “Perché l’ho fatto? Ho aspettato questo momento per regalare una bella storia alle persone, per ribadire il significato del dono e della gratuità, valori che rischiano di essere trascurati anche a scuola quando sei sommerso di adempimenti burocratici, dalla fretta, dai programmi da rincorrere. Gli studenti non li riduci a griglie di valutazioni, sanno sorprenderti. Questi ragazzi, occupandosi in questo modo della loro compagna, hanno fatto la differenza. Dovrebbe essere la norma, speriamo che almeno contagi. È comunque un obiettivo educativo enorme che abbiamo raggiunto, è stata l’occasione per trasformare gli ostacoli in un trampolino di lancio. Penso alla figura di Ulisse che supera le Colonne d’Ercole, il limite della Terra nell’età medievale. Anche i limiti delle nostre inquietudini nei confronti della diversità possono essere superati, i remi possono trasformarsi in ali”. 

L’istituto in provincia di Ravenna ha costruito un progetto didattico di inclusione per Margherita partito già nel biennio, spiega il preside Fabio Gramellini. C’è una rete, “una famiglia che si fida della scuola”. Con tutti i problemi che vive il sostegno nelle classi, questa è una testimonianza positiva. Ogni anno viene dedicato un piano di “inclusività” per questi ragazzi fragili con risorse dell’istituto. La studentessa ha una docente di sostegno e una educatrice. Ma sono le relazioni che contano, oltre a nozioni e competenze. Nel passaggio al terzo anno Margherita ha dovuto ricominciare con compagni nuovi. E ha trovato ancora gesti di amicizia, un linguaggio che tutti hanno voluto imparare per essere capiti, parlare con lei. “Margherita è solare, i suoi compagni sono disinvolti con lei. È servito a tutti, forse più a noi che a lei”, ammette il professore. Una storia che ha raccolto il plauso del ministro Marco Bussetti: “Grande gesto di altruismo e integrazione che auspico sia da esempio per tutta la nostra comunità scolastica “. Il Miur ha stanziato sei milioni per la formazione dei docenti di sostegno sulla lingua dei segni. Qualcosa si muove. Anche la storia di Margherita contribuisce a rendere la scuola luogo di inclusione. Il papà Alessio ringrazia l’istituto Oriani via social: “Magghy è solo una ragazzina con la sua forma di disabilità, conta la cassa di risonanza che può avere questa storia per sensibilizzare chi si deve occupare delle persone come lei o in condizioni anche peggiori”. 


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Mario Calabresi
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