CASTELDACCIA – Il mare ha il colore del fango per più di due miglia dalla costa, il fiumiciattolo assassino ha ripreso a scorrere nel suo alveo naturale. Sembra quasi impossibile, addentrandosi in quella che ora, l’acqua al polpaccio, è una palude, credere che è dal letto del Milicia (di cui molti ignorano persino l’esistenza coperto com’è da canne, tronchi, lamiere, baracche) che è partito quello tsunami, dall’onda d’urto inaudita, che sabato sera ha devastato una contrada di campagna a 200 metri dalla spiaggia uccidendo nove persone, tra cui due bambini di 1 e 3 anni e un ragazzino di 15, due famiglie riunite in una villetta per trascorrere il weekend.

Ballavano alle dieci di sera in questa casa presa in affitto da due anni che si allunga su un unico piano, abusiva come buona parte degli edifici di questa zona ad alto rischio idrogeologico, stretta in un cuneo rivelatosi tragicamente mortale, una stradella sterrata a dividere il fiume dalla montagna di tufo, sventrata anch’essa, una grotta a due metri d’altezza chiusa con una rete e diventata incredibilmente un pollaio, il viadotto dell’autostrada Palermo-Catania sulla testa.

Ballavano, attendendo che zio e due nipotine tornassero con i dolci, il volume della musica a coprire il rumore della pioggia che cadeva lieve. Nessuna bomba d’acqua, almeno non dal cielo. Lo tsunami che butta giù la recinzione della casa, trascina via un pozzetto, sfonda la porta e le finestre della villetta abusiva per la quale c’era già un ordine di demolizione e invade fino al tetto le stanze trascinando con sé le vite di nove persone, quello tsunami arriva dall’alveo del Milicia, piccolo fiume che in 30 chilometri dalle montagne di Ciminna porta giù un’inarrestabile marea di fango e detriti. Incontra una curva, sbatte, si alza, si impenna, ricade con una furia devastante su una decina di case per fortuna non abitate abbattendo cancelli, recinzioni, alberi, macchine, un vecchio camper della protezione civile.

in riproduzione….

Il piccolo rivolo di acqua mista a fango che Giuseppe Giordano, unico sopravvissuto, vede improvvisamente entrare da sotto la porta d’ingresso è la prima avvisaglia di quello che succederà dopo pochi minuti. Ha solo il tempo di dire: «Andiamo via» e il muro di fango sfonda porta e finestre. L’eroico quindicenne Federico prende in braccio alzandola più che può la sorellina Rachele di appena 1 anno cercando riparo sul letto, la luce va via.

E poi solo urla soffocate dal fragore dell’onda assassina e l’agghiacciante silenzio rotto nel buio più nero dal disperato grido d’aiuto del papà scaraventato in giardino, le chiavi della macchina in una mano, l’altra aggrappata al ramo di un albero su cui poi riuscirà ad arrampicarsi salvandosi la vita. Due ore di infinita attesa dei soccorsi che non arrivano, i nomi della moglie, dei figli, del fratello, dei genitori urlati senza risposta. E lo strazio del cognato, di ritorno dalla pasticceria con altri due bambini, che tenta invano di avanzare nel fango alla ricerca di sua moglie e di suo figlio.

in riproduzione….

Tutti morti, annegati in casa loro: Rachele e Federico Giordano, 1 e 15 anni, la mamma Stefania Catanzaro, 32 anni, i nonni Antonio Giordano e Matilde Comito, 65 e 57 anni. E ancora il cuginetto Francesco Rughoo, 3 anni, sua madre Monia Giordano, 40 anni, lo zio Marco Giordano, 32 anni, la nonna Nunzia Flamia, 65 anni.

«Non avevo mai visto una cosa del genere, quei corpicini devastati dall’urto che galleggiavano tra i mobili nel fango», racconta sconvolto uno dei soccorritori. Per tirarli fuori ci sono voluti i sommozzatori dei vigili del fuoco, l’acqua oltre due metri, fino al tetto. La polizia, arrivata tempestivamente, nulla aveva potuto. Neanche far scendere dall’albero l’unico superstite di una tragedia che il giorno dopo amministratori e abitanti della zona definiscono imprevedibile ma che invece prevedibile lo era, eccome. Con tre evidenti colpevoli: abusivismo, incuria, burocrazia.

in riproduzione….

«Io pago 1.500 euro all’anno di tassa sui rifiuti e per ripulire il fiume avevamo deciso di tassarci noi. Ma è normale che siano i cittadini a dover provvedere alla pulizia? Sindaco, a chi tocca?», urla Salvatore Garofalo, presidente della vicina casa di preghiera Maria Immacolata risparmiata dalla furia dell’acqua così come la casa di riposo Martina con i suoi venti ospiti. Il sindaco di Casteldaccia Giovanni Di Giacinto ammette: «Il progetto di risanamento dell’alveo era stato finanziato con 5 milioni di fondi europei venti anni fa ma ci sono voluti cinque anni per avere i nullaosta e il progetto è stato definanziato».

in riproduzione….

Sono passati altri dieci anni e nessuno si è curato di ripulire il fiume attorno al quale sono sorte lottizzazioni abusive, fogne, baracche, ovili, officine. Basta guardarlo scorrere questo piccolo corso d’acqua che non ha fatto mai paura a nessuno: bombole di gas, un manichino, sedie, tavole di legno. Una discarica in movimento. Contro l’incuria dell’uomo la statua di San Giovanni che veglia sull’ingresso della stradella che porta alla villa della morte non ha potuto nulla.


SITO UFFICIALE: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml