ROMA – Per arrotondare lo stipendio, il maresciallo dell’Aeronautica aveva ideato un sistema semplice ed efficace. Questo maresciallo era titolare del fondo per le spese postali del suo aereoporto. Incarico mantenuto per un lungo periodo di tempo, dal 2001 al 2012. In sostanza l’uomo gestiva tutta la corrispondenza dello scalo e compilava anche le distinte degli invii, da pagare poi in contanti.

Il problema è che i soldi sembravano non bastargli mai. E così, di fronte alle continue richieste di reintegro del fondo per le spedizioni, il ministero della Difesa ha avviato dei controlli. Le verifiche hanno dimostrato che il maresciallo compilava distinte “che non corrispondevano ad alcuna spedizione effettuata”. E le stesse anomalie, le stesse spedizioni fantasma sono emerse sul fronte delle raccomandate.

Il maresciallo così è stato condannato per peculato dal Tribunale militare di Roma (il 7 aprile del 2014). Condanna confermata in appello. Intanto si è mossa anche la Corte dei conti decisa a recuperare l’ammanco di cassa. Un ammanco record.

In prima battuta, la Procura della Corte dei conti – titolare dell’accusa – ha chiesto al maresciallo di restituire 812 mila 999 euro. Poi, quando il processo militare è arrivato all’appello, “il danno veniva ridimensionato” a 608 mila 841 euro. Questo ridimensionamento, si fa per dire, del danno erariale è arrivato in seguito ad una perizia sulle carte di lavoro del maresciallo.

Alla fine di questo percorso, la Corte dei conti respinge le obiezioni degli avvocati del maresciallo, che hanno contestato la perizia perché prendeva in considerazione le somme date al militare dal ministero e non “gli effettivi ammanchi”.

La Corte condanna quindi il maresciallo a risarcire il ministero della Difesa per 608 mila 841 euro, più interessi, più rivalutazione a partire dal 31 dicembre 2012, più spese di giudizio per 156 euro. Spiccioli, in questa storia.


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Mario Calabresi
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