ROMA – Un manuale per sopravvivere alle notizie fasulle che girano sul fenomeno migratorio. “Aiutateci a casa nostra. Perché l’Italia ha bisogno degli immigrati” è un antidoto alle politiche populiste che parlano per slogan. La sovversione sta nei dati statistici che l’autore Nicola Coniglio, docente di Politica economica dell’Università di Bari, ha sapientemente analizzato nel saggio pubblicato da Laterza. Le sue ricerche sull’immigrazione sono iniziate anni addietro. Nel 2015, infatti, Coniglio assieme al collega Francesco Chiarello aveva ideato un’indagine, finanziata dall’Ue, sulla costituzione da parte dei migranti di ghetti nelle aree rurali. “Migro-village”, così si chiama lo studio, ha portato a una mappatura capillare delle aree europee interessate dal fenomeno. A distanza di quattro anni, con questo libro, Coniglio rende fruibili i risultati delle sue ricerche sull’economia dell’immigrazione, senza cedere ai due estremismi – che reputa ipocriti – “aiutiamoli a casa loro” e “un mondo senza confini”.

Occupazione e salari. “È vero che gli immigrati ci rubano il lavoro e abbassano i salari? Che abusano del nostro welfare? Che rallentano lo sviluppo? Come possiamo attirare migranti con qualifiche elevate e perché farlo è fondamentale per l’innovazione? Perché investire sull’integrazione dei nuovi arrivati è vitale per l’economia italiana?”. Sono questi gli interrogativi con cui il lettore viene introdotto nei meandri del sapere scientifico-economico, reso accessibile anche ai neofiti. Nel libro si analizzano gli effetti reali dell’immigrazione sull’economia dei paesi in arrivo, in termini di occupazione e salari. “L’impatto economico dei flussi migratori – spiega Coniglio – è influenzato dal tipo di politiche migratorie”. La differenza la fa la percezione del fenomeno migratorio, perché “credere che un sistema economico sia un’unità statica e che esista un numero fisso di opportunità lavorative è un errore”. Al contrario, come dimostra la storia delle grandi metropoli mondiali, da New York a Pechino, “l’afflusso di nuove risorse attrae capitali e investimenti”.

Domanda e offerta. I migranti si dirigono dove c’è più richiesta di lavoro. Lo dicono le percentuali: “I cittadini non comunitari residenti – fa notare l’autore – ad inizio 2017 nella provincia di Milano erano circa 338 mila (il 10,4% della popolazione) contro i poco più di 10 mila della provincia di Reggio Calabria (l’1,9% della popolazione)”. Parimenti “nel triennio 2014-2016, la Germania ha attratto un numero di immigrati quasi sette volte superiore a quello del nostro paese: 5,1 milioni di immigrati contro 761.800 dell’Italia”. Inoltre, per via della forte specializzazione settoriale dell’impiego, immigrati e nativi nella maggior parte dei casi svolgono funzioni complementari e non concorrenti. Basti pensare agli impieghi come badanti, collaboratori domestici e braccianti. Spesso i migranti sostituiscono gli autoctoni nello svolgimento dei lavori che gli anglosassoni definiscono con tre “d”, ovvero “sporchi, pericolosi e degradanti”.

Quei 2 miliardi in più. Tuttavia, risulta lieve l’effetto dell’immigrazione sul mercato del lavoro dei paesi ospitanti. Per quanto riguarda l’Italia, “si stima che l’apporto contributivo e fiscale dei circa 2,4 milioni di stranieri occupati sia pari a 18,7 miliardi di euro di entrate”, che includono contributi previdenziali, versamenti Irpef, Iva e altri introiti legati al rinnovo dei permessi di soggiorno e a richieste di acquisizione della cittadinanza. Tenendo conto dei costi degli immigrati sul sistema fiscale italiano, che ammontano a circa 16,7 miliardi tra sanità, istruzione, sicurezza, giustizia e servizi sociali, “l’analisi costi-benefici stima dunque un saldo positivo tra entrate e uscite pari a 2,1 miliardi di euro”. “I paesi ricchi come il nostro – avverte Coniglio – sono e saranno sempre meta di immigrazione. Ogni sforzo per rendere le frontiere più aperte e i flussi più regolamentati e prevedibili sarà un importante passo per rendere la diversità una fonte di straordinaria ricchezza”.


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